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Lina Amadori: la rinascita cromatica dopo l’eclissi del cuore

Scopriamo il sorriso dell'artista sarda che ha saputo dipingere l'invincibile luce dell'anima

da Redazione

Budoni. Il sorriso di Lina Amadori è di quelli che illuminano una stanza, ma è un sorriso che ha imparato a brillare attraverso le lacrime. Per l’artista sarda, la pittura non è stata una scelta, ma un salvagente lanciato nel mare in tempesta di un lutto devastante: la scomparsa del padre. È in quel momento che la tela è diventata l’unica lingua possibile per esprimere ciò che le parole non riuscivano a contenere.

Il percorso di Lina è una potente metafora di resilienza. Le sue opere d’esordio erano frammenti di un universo monocromatico, un dialogo serrato tra il nero e il grigio, quasi a voler perimetrare il vuoto lasciato dall’assenza. Ma, atto dopo atto, il gesto nudo delle sue mani sullo stucco e sul gesso ha iniziato a scavare verso la luce. Il passaggio dalle tonalità cupe alla radiosità delle opere attuali segna la sua personale vittoria sulla sofferenza.

Oggi la critica internazionale e il pubblico delle grandi Biennali riconoscono in lei una voce unica. Ogni quadro è un universo emozionale in cui lo spettatore può rispecchiarsi, ritrovando i propri pesi e le proprie rinascite. Lina Amadori rappresenta la prova che l’arte può lenire le ferite più profonde, trasformando una cicatrice interiore in una trama materica che incanta il mondo. Dalla solitudine del suo studio alla gloria delle esposizioni mondiali, la sua è la storia di una donna che ha avuto il coraggio di toccare il buio per scoprire di avere il sole tra le dita.

Lina, la sua pittura nasce da un “bisogno fisico” quasi urgente, una catarsi necessaria per dare voce a ciò che le parole non sanno dire. Dopo la scomparsa di tuo padre, le sue opere hanno attraversato l’oscurità dei neri e dei grigi per poi aprirsi a nuovi orizzonti. Quanto di quel silenzio iniziale vive ancora oggi nelle sue tele, ora che la tua arte sta “parlando” al mondo intero?

“L’oscurità il dolore iniziale è sempre li, come una radice silenziosa, i miei silenzi ci sono ci saranno sempre, sono quei silenzi parole, pensieri emozioni mai dette ,vengono trasformate in forma astratta su una tela. ogni volta che nasce un quadro io non so mai cosa andrò a creare mi lascio trasportare dalle mie emozioni che ho dentro , un rumore ,una voce, il mio stato d’animo crea l’opera. Dopo la morte di mio padre non sapevo cosa stava cambiando in me , sentivo un rumore dentro , sentivo un dolore che non riuscivo a colmare da due anni di totale sofferenza. Cosi un giorno mi sono ritrovata. Io, una tela  e dei colori. I colori ,gia’: il bianco e beh, il nero.  Cosi iniziai a sfogare il mio dolore su una tela. Non immaginavo, non sapevo che una tela, la materia, potessero colmare in qualche modo il mio dolore. Ho realizzato così in quel momento che talvolta può accadere che una semplice tela può aiutarti, proprio quando tutto cambia intorno a te e si trasforma”.

Il suo approccio alla materia è viscerale. Lei ama usare usa gesso, stucco, acrilico e, soprattutto, le tue mani. Cosa prova nel momento in cui abbandona il pennello per “toccare” il colore, e quanto questa gestualità influisce sulla potenza d’impatto che il pubblico avverte davanti ai suoi quadri?

“E’ un momento quasi magico per me. Ci sono io, io con la mia imperfezione, io con i miei sentimenti, la musica, io eh il mio vivere tra le nuvole. Io eh i miei sogni. Io e la materia. La materia tra le mani mi permette di essere totalmente senza filtri mi abbandono a ciò che in quel momento vivo e sento. Mi lascio trasportare dalle mie emozioni mentre sento la materia tra le mani , emozioni che solo attraverso le mie opere emergono eh forse il pubblico percepisce proprio quella sincerità quella energia pulsante eh i sentimenti che stanno alla base delle mie opere rendendole vive. Su una tela”.

lina

È stato detto che nelle sue opere ogni spettatore può ritrovare una parte del proprio universo emozionale. La spaventa o l’affascina l’idea che, una volta esposta, la sua emozione più intima smetta di appartenerle per diventare lo specchio del dolore o della gioia di uno sconosciuto a New York  come a Milano?

“Ogni volta che qualcuno guarda un mio quadro mi affascina perché le mie emozioni diventano specchi. Perché qualcuno “probabilmente” riesce a vedere quello che io non vedo , eh nel sentire la loro interpretazione magari scopro una parte di me che non conosco, un sentimento nascosto, un dolore, ricordo, emozione, gioia. Ognuno di noi guardando un opera ci vede riflesse le proprie emozioni, le proprie esperienze ,e sogni. Non sempre gli occhi degli altri riescono a vedere quello che tu vedi. Ma forse e’ proprio questa diversità che fa nascere la magia dell’arte pittorica”.

Prima il successo di Palazzo Borghese a Firenze, poi il Premio Giotto conquistato a Firenze, ed infine Pechino nel 2025. Ora la sua carriera ha preso il volo verso Sanremo, New York, Milano e persino il territorio di Roma. La sua anima legata alle radici profonde di Budoni come può mantenere intatta la propria identità creativa mentre attraversa scenari così cosmopoliti e diversi tra loro?

“I viaggi, le città, mi aprono lo sguardo. In quei momenti immagino e sogno di dipingere cio’ che vedo e quello che sto provando. Città come Firenze ti lasciano un emozione sulla pelle. Le città d’arte dopo averle vissute te le porti dentro per sempre. Sanremo, Milano invece per me  sono occasioni di confronto e crescita, anche se le mie opere nascono sempre dal profondo della mia anima, legate alle origini e tradizioni del mio paese, al rumore del suo mare, ai colori delle sue albe e tramonti. Questo fine settimana il mio quadro “Ciò che resta” verrà esposto in videoesposizione alla mostra  mercato d’arte moderna e contemporanea dal 13 al 15 febbraio 2026  a Genova. regalandomi sicuramente tante nuove emozioni”.

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