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Aurora Piaggesi e il mistero del corpo femminile

Tra realismo e visione l’autrice e regista esplora in "Nel corpo di me" i confini della maternità queer e la violenza dello sguardo pubblico sull’intimità

da Redazione
aurora piaggesi

Roma. Di fronte alla complessità del contemporaneo, ci sono autrici che scelgono la strada della rassicurazione e altre che preferiscono lo scontro frontale con l’enigma. Aurora Piaggesi appartiene, senza dubbio, alla seconda categoria. Regista e autrice presso la Comunicazione Rai, mente creativa dietro il successo di Radio Play Live e pluripremiata per opere come I giorni della falena, la Piaggesi torna a scuotere il panorama letterario con “Nel corpo di me” (Ignazio Pappalardo Editore).

Il romanzo, già finalista al Premio Clara Sereni con il titolo evocativo In Umana Concezione, non è solo un racconto: è un’indagine viscerale su cosa significhi, oggi, abitare un corpo e, soprattutto, generare vita al di fuori dei binari tracciati dalla logica e dalla consuetudine.

Una gravidanza che sfida il mondo

La trama si muove su un crinale sospeso tra il thriller psicologico e il realismo magico. Tutto ha inizio con un incidente nautico, un trauma che lega indissolubilmente le vite di Silvia e Giada. Ma il vero “naufragio” avviene sulla terraferma, quando Silvia si scopre incinta senza aver mai condiviso l’intimità con un uomo.

In questo scenario surreale, Aurora Piaggesi innesta una riflessione sociale ferocissima: il miracolo (o l’anomalia) di Silvia smette immediatamente di essere un fatto privato per diventare un banchetto per l’opinione pubblica. Scienziati, media e curiosi assediano l’intimità delle protagoniste, trasformando il desiderio e l’identità in uno spettacolo collettivo da vivisezionare sotto la lente del giudizio.

Aurora Piaggesi va oltre il genere: la maternità come simbolo

Attraverso la lente della maternità queer, l’autrice non si limita a raccontare una storia d’amore interrotta e ritrovata tra due donne, ma compie un gesto letterario più ampio. Usa la metafora del corpo per parlare di libertà e della “violenza sottile” che nasce dall’incomprensione. Silvia e Giada diventano così il simbolo di chiunque cerchi di difendere il proprio diritto all’autodeterminazione contro un mondo che pretende risposte razionali anche dove regna il mistero dell’esistenza.

Aurora Piaggesi, forte di una carriera costruita tra set cinematografici (da Detective per caso a Mer(r)y Xmas!) e palcoscenici teatrali, dimostra una rara capacità di orchestrare la tensione emotiva, portando il lettore a interrogarsi: quanto siamo disposti a comprendere ciò che sfugge alla nostra logica?

Nell’intervista che segue, l’autrice ci guida nei corridoi di questa “Umana Concezione”, svelandoci come il corpo femminile possa essere, allo stesso tempo, gabbia dorata e strumento di una rivoluzione silenziosa.

aurora piaggesi

Aurora, la tua carriera è un crocevia tra la regia per la Rai, il teatro con Radio Play Live e la scrittura letteraria. In Nel corpo di me, metti in scena una gravidanza “impossibile” che scatena un corto circuito mediatico e scientifico. Da addetta ai lavori nel mondo della comunicazione, quanto ha influito la tua visione critica della “spettacolarizzazione dell’intimità” nella costruzione del contesto sociale che circonda Silvia e Giada?

“L’idea per questo romanzo (all’epoca soggetto cinematografico) mi è nata nel 2016, ben prima che la mia carriera lavorativa fosse quello che è adesso, tuttavia chiunque in quel periodo si fosse guardato un minimo intorno, sia per strada che sui social, si sarebbe reso conto che, poiché si passava al vaglio la legge Cirinnà sulle unioni civili, le persone e in particolare le famiglie omosessuali erano scrutinate selvaggiamente dall’opinione pubblica, sottoposte a una sorta di tribunale morale che voleva imputarsi il diritto di decidere cosa queste persone potessero o meno fare. Vorrei dire che dieci anni dopo le cose sono migliorate, ma penso che da che è nata la società umana è sempre esistita la tendenza di gruppi di persone di osservarne altri da lontano e giudicarne il comportamento. C’è sempre stato un “noi” e un “voi”, con le considerazioni che seguono, la maggior parte delle volte dettate dall’ignoranza e dalla paura (come si vede anche nel mio libro). E purtroppo i media lavorano anche su questo, creando notizie e dibattiti spettacolarizzati e polarizzanti su temi che in realtà o non dovrebbero riguardare nessuno se non i diretti interessati oppure dovrebbero essere affrontati con assai maggiore conoscenza ed empatia”.

 Il tuo romanzo affronta il tema della maternità queer attraverso una lente surreale e simbolica, partendo da un misterioso incidente nautico. In un panorama letterario che spesso cerca il realismo a tutti i costi, perché hai sentito l’esigenza di utilizzare l’elemento metaforico per indagare il rapporto tra l’identità e il generare vita? È forse un modo per sottrarre il corpo femminile a un giudizio puramente logico o politico?

“Una critica a cui può andare incontro chi si addentra da autore all’interno di determinate narrazioni, soprattutto se esse coinvolgono categorie di persone marginalizzate, è di non essere stato capace di raccontare l’esperienza di tutti. Cosa che penso sia inevitabile, ed è questo il bello di avere una pluralità di storie e di narratori e narratrici, ma può capitare di sentirsi criticare perché, cito, “questa storia non coincide con la mia esperienza e quindi tu non stai rendendo giustizia alla mia realtà”. Utilizzare elementi metaforici e surreali, portare i personaggi molto umani e contemporanei a confrontarsi con qualcosa di incomprensibile e mai visto prima, permette di usare una narrazione “particolare” per affrontare grandi temi “universali” senza voler essere esaustivi o didascalici sull’argomento, cosa che non posso proprio pretendere di essere. I simboli e le metafore che si possono trovare in una narrativa che si accosta al realismo magico, come in questo caso, fanno sì che ci possano essere più interpretazioni e chiavi di lettura, ci tengono in uno spazio/tempo che può anche andare oltre il nostro. Di conseguenza spero (e le recensioni che sto ricevendo mi fanno ben sperare) il risultato è un libro che continua a farti riflettere e porti domande anche dopo che l’hai finito di leggere. Anche magari, se lo leggerai tra tanti anni”.

Il titolo originario dell’opera, In Umana Concezione, con cui sei stata finalista al Premio Clara Sereni, evoca immediatamente una dimensione quasi sacrale o dogmatica, poi ribaltata nel definitivo Nel corpo di me. Qual è, secondo la tua sensibilità di autrice, il confine oggi tra il diritto di una donna di vivere il proprio corpo come spazio privato e la pretesa della società di definirne la funzione e il destino biologico?

“Bella questa domanda, perché non avevo pensato quanto questo cambiamento potesse spostare il focus del tema. In Umana Concezione giocava sia con l’ovvio “immacolata concezione” (visto di cosa parla questo libro) e con il fatto che “concezione” vuol dire tanto “concepire un figlio” quanto “capire”. E il tema, soprattutto delle prime stesure della storia, era proprio la reazione della società umana a questa incomprensibile situazione. Nel corpo di me, invece, ti sposta all’interno, sulle due persone che abitano dentro Silvia, due persone che sono una. Un evento che, per quanto lei avrebbe voluto viverlo nel privato, viene invece sbandierato in pasto alle variegate opinioni di tutti. Inevitabile, no? Chiunque è bene o male sempre esposto al giudizio altrui, le madri soprattutto. Come fanno, sbagliano, non c’è modo di vincere il diritto a vivere in pace. Ma non dovremmo comportarci secondo il dettame di “la mia libertà finisce dove comincia la tua?”. Io posso capire che a chi ha una particolare sensibilità, l’idea di una famiglia o una donna che possa in potenza fare del male (inconsciamente o meno) alla propria prole fa venire i capelli ritti, e che magari si possa trovare a dare consigli non richiesti (come faccio io con i padroni di gatti quando mi accorgo che mettono la ciotola dell’acqua nel posto sbagliato), ma il problema è quando questo sfocia in un bisogno di invadere e schiacciare la libertà e la vita di queste donne, che improvvisamente sul piatto delle bilancia vengono valutate meno degli esseri umani in potenza che si portano dentro. Questo non va bene, è un retaggio storico patriarcale che dobbiamo abbandonare il prima possibile”.

aurora piaggesi

Hai ricevuto numerosi premi sia per la regia che per la drammaturgia, come i recenti riconoscimenti per I giorni della falena. Nel passaggio dalla scrittura per la scena a quella per il romanzo, come cambia il tuo modo di esplorare la “violenza sottile” dell’incomprensione? Credi che la letteratura offra una libertà d’indagine psicologica che la regia, con i suoi tempi e le sue immagini, a volte deve sintetizzare?

“Negli anni Cinquanta Marshall McLuhan diceva “il medium è il messaggio” e ancora oggi, se dovessi farmi un tatuaggio, mi farei questa frase, perché lo penso davvero. Penso che siano le storie a chiamare il medium giusto per loro. Questo romanzo, infatti, è nato come sceneggiatura, ma tanti mi dicevano che sentivano il bisogno che andassi “più a fondo” con l’introspezione, cosa che in effetti solo in narrativa potevo fare. Tuttavia credo che se questa storia passasse nelle mani di un/a bravo/a regista potrebbe essere capace di tradurre per immagini questo testo, perché no? Personalmente, scelgo una forma invece di un’altra per le storie che voglio raccontare nel momento in cui ho chiaro che tipo di rappresentazione voglio esplorare e che target anche voglio raggiungere. Con I giorni della Falena, ad esempio, non sarebbe stato né interessante né divertente fare mille monologhi, molto meglio usare appunto simboli visivi e dialoghi paradossali per veicolare i concetti che volevo. Un’immagine, una scena ben fatta, può essere tanto e più potente di una pagina scritta. Per questo, ad oggi, non me la sentirei proprio di rinunciare a una forma espressiva per un’altra”.

Incontrarla significa accettare di mettere in discussione ogni certezza. Aurora Piaggesi non scrive per dare risposte, ma per insegnarci a porre le domande giuste.

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