Golfo Aranci. Ci sono luoghi capaci di trattenere il respiro del tempo. Angoli di mondo in cui la bellezza della natura si fa così intensa da diventare quasi dolorosa, custode di segreti che aspettano solo l’anima giusta per essere raccontati. Cala Greca, a Golfo Aranci, è uno di questi santuari dell’anima. Lì, dove le onde si infrangono su una roccia che profuma di mirto e salsedine, riposa da più di un secolo George Bradshaw, un marinaio britannico di appena diciotto anni, imbarcato sul cacciatorpediniere HMS Vulcan e rapito dal mare nel giugno del 1900. La sua tomba è una croce bianca, un punto fermo nell’eterno movimento del vento gallurese.

Ed è proprio lì, tra la terra e il mare, che si è posato lo sguardo colmo di sensibilità e immaginazione di Maria Grazia Dessanti. La scrittrice olbiese, con una grazia rara e un profondo rispetto per le fragilità umane, ha preso quel nome scolpito nella pietra e gli ha donato un destino immenso. Il suo romanzo d’esordio, “Il mistero della Vulcan”, che torna oggi in una nuova e attesissima edizione, compie un miracolo letterario: trasforma un dramma storico in un’avvincente spy story internazionale. Dessanti regala al giovanissimo George una seconda vita, facendolo viaggiare lungo le faglie più calde del Novecento, tra la Guerra Fredda e la caduta del blocco sovietico, muovendosi tra America, Germania e Inghilterra. Ma l’ancora emotiva e geografica resta sempre lì, in quella Sardegna che accoglie e protegge. Abbiamo incontrato Maria Grazia Dessanti per un viaggio intimo tra le pieghe del tempo, della memoria e del cuore.
L’intervistaa Maria Grazia Dessanti: quando il crepuscolo di un uomo è solo l’inizio
Passeggiando tra le croci silenziose di Cala Greca, quando ha avvertito, dentro di lei, il clic esatto? Quando ha capito che George non poteva rimanere solo una memoria di pietra, ma doveva diventare l’eroe di un thriller internazionale?
“George ha sempre fatto parte dei miei ricordi d’infanzia, delle giornate passate con i miei fratelli sotto la pineta di Cala Moresca. Il mondo cambiava, io crescevo, e lui restava lì, immobile a diciotto anni. Non mi sembrava giusto. Credo che la sua trasformazione in eroe di una spy story sia colpa degli scrittori che ho amato, capaci di creare personaggi capaci di tutto. Se George fosse sopravvissuto a quella notte del 12 giugno 1900, avrebbe attraversato le tempeste del “secolo breve”. Allora mi sono detta: perché non immaginare che sia stato proprio lui il custode di un segreto pericolosissimo e universale?”.
In questo elegante e fragile equilibrio tra la realtà della storia e il volo della finzione, che cosa cerca oggi il suo sguardo? E cosa spera che il lettore stringa tra le mani alla fine dell’ultima pagina?
“La verità assoluta non esiste, è solo una percezione influenzata dai nostri punti di vista. Per me la storia reale è un punto di partenza, non una gabbia. Oggi sono una donna diversa da quella ragazza che, anni fa, lesse tremando le prime righe del libro al fidanzato al telefono, ma conservo la stessa urgenza. Mi piace pensare che, da qualche parte nell’universo, George abbia visto l’alba del 13 giugno. Oggi il mondo è pieno di giovani vite spezzate dalle guerre, piene di sogni e amori mai vissuti. Scrivere di loro significa mantenerli magnificamente e definitivamente vivi. C’è una frase nel romanzo a cui tengo molto: “perché il crepuscolo di un Uomo è solo l’inizio della sua storia”.
Madlen Cristaldi è una protagonista magnetica, una donna che si muove in un perimetro rigido e prettamente maschile come quello della C.I.A. durante la Guerra Fredda. Quanto c’è della sua personale determinazione e del suo vissuto profondo in questo personaggio che scava nel passato per ritrovare sé stesso?
“Ho attinto molto alla mia storia. Sono l’unica femmina di quattro figli: ho dovuto imparare a farmi valere presto per non essere trattata come la “principessina” di casa. Devo tutto a mio padre, un finanziere coraggioso nato nel 1927, che d’inverno inseguiva i contrabbandieri sulle Alpi e si salvava dalle slavine. Mi ha sempre cresciuta senza limiti di genere. Penso che le donne siano dei multiversi che esistono contemporaneamente; si tratta solo di scegliere quale dimensione far emergere. Madlen all’inizio è determinata per necessità e dovere, ma è quando decide di “affidarsi” che capisce di potere tutto e sfiora la felicità”.
Lei ha confessato che questo libro rappresenta il tentativo di offrire a George quella “seconda possibilità” che la vita ha concesso a lei quando era appena una neonata. Scrivere questa avventura l’ha aiutata a curare e rielaborare la sua personale e coraggiosa battaglia per la vita? «Fin da bambina ho vissuto in un mondo di pura immaginazione: le nuvole per me erano draghi e i rumori della notte filtri di streghe. I segni della mia malattia non mi facevano sentire “normale” o accettata, ma quella è stata la mia vera fortuna. Mi ha spinta a guardare gli altri e a immaginare le loro vite. Scrivere la storia di George è stato, per la prima volta, un viaggio speculare dentro di me. Dare una possibilità a lui mi ha costretta a mettere su carta emozioni che forse io stessa non sapevo di custodire, facendolo in modo semplice, attraverso la vita di un altro”.
