Olbia. C’è un confine sottile, ma profondissimo, tra il rigore della vita professionale e la libertà dello sguardo che si perde nella natura. È su questa linea invisibile che si muove Matteo Faedda, classe 1974, che da anni affianca a un’attività lavorativa improntata alla precisione e al savoir-faire una passione autentica e totalizzante: la fotografia naturalistica. Un interesse che affonda le radici nell’infanzia e che nasce dall’osservazione paziente della fauna selvatica negli angoli più remoti e meno frequentati della Sardegna, con un’attenzione particolare per la Gallura, terra aspra e luminosa, scenario ideale per l’incontro con alcune delle specie più iconiche dell’Isola. Per Faedda la fotografia non è mai stata semplice esercizio estetico, ma uno strumento di relazione profonda con il mondo naturale, un linguaggio silenzioso capace di raccontare equilibri fragili e bellezze spesso invisibili.

Nel tempo, questo approccio lo ha portato a concentrarsi soprattutto sui grandi simboli della fauna sarda: le aquile reali e i mufloni. Animali maestosi, elusivi, che richiedono studio, rispetto e una straordinaria capacità di attesa. Le sue immagini, frutto di lunghe osservazioni e di un rapporto quasi meditativo con l’ambiente, sono state pubblicate in volumi di riferimento come Montagne di Sardegnae Animali di Sardegna, editi da Ilisso, oltre che su riviste specialistiche del settore, contribuendo a diffondere una conoscenza più consapevole del patrimonio naturalistico isolano. Il suo impegno, tuttavia, non si ferma alla dimensione artistica. La costante attività di ricerca e documentazione sul campo lo ha portato nel 2022 a entrare a far parte di un progetto regionale coordinato da ISPRA e patrocinato dall’Ente Foreste della Sardegna, dedicato alla marcatura GPS dei giovani esemplari di aquila reale. Un lavoro prezioso, finalizzato allo studio dei comportamenti, delle rotte e delle interazioni di questi rapaci dopo l’involo, con importanti ricadute in termini di tutela e conservazione.
Nel 2023, insieme ad altri fotografi naturalisti, Faedda ha inoltre dato vita all’associazione culturale Sos Abbilarjos, di cui è stato presidente, passando poi il testimone a Lai. Si tratta di una realtà impegnata nella ricerca, nello studio e nella documentazione della vita dei rapaci. Un progetto che unisce competenze scientifiche, sensibilità fotografica e un forte senso di responsabilità verso l’ambiente. L’incontro con Matteo Faedda è un viaggio tra cieli aperti e silenzi interrotti solo dal battito d’ali, un racconto che mette al centro il valore della pazienza, dello sguardo attento e del rispetto profondo per la natura. Attraverso le sue fotografie, le aquile reali della Gallura non sono soltanto soggetti da ammirare, ma presenze vive che ci interrogano sul nostro rapporto con il territorio e sulla necessità di custodirlo con consapevolezza.
Come nasce la sua passione per la fotografia naturalistica e quale ricordo conserva dei suoi primi scatti nella natura sarda?
“La mia passione per la fotografia naturalistica nasce piuttosto tardi, nel 2014, quando avevo quarant’anni. Fino ad allora il mio rapporto con la natura era passato soprattutto attraverso la caccia: vengo da una famiglia di cacciatori e fin da bambino ho frequentato la campagna seguendo mio nonno e mio padre. Era il mio modo di stare nella natura, di conoscerla e attraversarla. Sono sempre stato un cacciatore molto selettivo, interessato a poche specie alla volta, che cercavo di conoscere a fondo. Negli ultimi anni la mia attenzione si era concentrata esclusivamente sulla beccaccia, un animale straordinario, schivo e misterioso, che mi ha portato a esplorare in silenzio vaste zone della Sardegna centro-settentrionale, dalla Gallura al Nuorese e al Logudoro. Proprio quel rapporto così intimo con la natura e con quell’animale ha però innescato in me un cambiamento profondo. Con il tempo l’atto dell’uccisione ha iniziato a disturbarmi sempre di più: mi rendevo conto che ciò che cercavo davvero non era lo sparo, ma l’incontro, l’osservazione, il tentativo di comprendere come quell’animale vivesse e affrontasse il suo ambiente. Quando questa consapevolezza è diventata più forte di tutto il resto, nella stagione venatoria 2013/2014 ho deciso di smettere di cacciare. Ho messo via il fucile e ho acquistato la mia prima reflex, senza sapere praticamente nulla di fotografia. Ho iniziato a studiare da autodidatta, sui libri e in rete, e soprattutto passando moltissimo tempo in campagna, cercando di mettere in pratica con la reflex tutto ciò che imparavo. In quel periodo è stato importante l’incontro con Domenico Ruiu, noto fotografo naturalista nuorese, che già conoscevo: con lui è nata un’amicizia profonda che dura ancora oggi. Mi ha dato gli stimoli giusti, ma il percorso è stato fatto passo dopo passo, tra errori, delusioni e piccoli miglioramenti. Come già accadeva nella caccia, anche nella fotografia sono diventato selettivo; non fotografo tutto, ma mi dedico a poche specie alla volta, studiandone i comportamenti. È stato sorprendente scoprire quanto poco conoscessi animali che avevo cercato per anni, come ad esempio la pernice; osservarli con binocolo e macchina fotografica mi ha aperto un mondo completamente nuovo. Il vero punto di svolta è arrivato quando, insieme a Domenico, ho iniziato a lavorare su una coppia di aquile reali proprio qui in Gallura. Durante una delle prime uscite, mentre salivamo lungo una parete granitica, un’aquila è comparsa all’improvviso e mi è passata davanti in volo a distanza ravvicinata. È stato un incontro folgorante: in quell’istante ho capito che il mio cammino sarebbe stato legato a quel magnifico animale. Inseguendo il volo delle aquile reali ho scoperto un’altra Gallura: arcaica, aspra, fragile e misteriosa. Una terra che credevo di conoscere da sempre e che invece mi si è rivelata solo allora, insegnandomi che, anche nei luoghi più familiari, siamo spesso ancora degli ospiti”.
Il suo lavoro di avvocato impone rigore, metodo e razionalità: come riesce a conciliare questa dimensione “legale” con quella più intuitiva e creativa della fotografia?
“In realtà ci sono molti più punti di contatto tra la mia professione di avvocato e la fotografia naturalistica di quanto si possa pensare. Anche nel lavoro ho scelto di essere selettivo: sono iscritto all’albo degli avvocati di Tempio Pausania dal 2006 e fin dall’inizio ho deciso di dedicarmi quasi esclusivamente al diritto del lavoro, una materia che considero estremamente viva, attuale e di grande impatto sociale. Il diritto del lavoro, sia nella pratica di studio che nel processo, presenta una fortissima componente umana: occuparsi di un licenziamento o delle difficoltà di un’azienda significa entrare in contatto con storie personali, fragilità, equilibri delicati. Richiede metodo e rigore, ma anche empatia e capacità di ascolto. Un altro elemento che accomuna profondamente queste due dimensioni è l’imprevedibilità del risultato. Anche quando il lavoro è stato svolto con attenzione, studio e preparazione, l’esito non è mai del tutto scontato: in tribunale come in natura esistono variabili che non si possono controllare e che obbligano ad accettare l’incertezza come parte del percorso. Per certi versi, lo stesso approccio vale nella fotografia naturalistica. Spesso si pensa che fotografare la natura sia solo intuizione o creatività, ma nel mio caso è soprattutto studio, preparazione e conoscenza profonda dei luoghi e degli animali. Fotografare animali selvatici, e in particolare grandi rapaci come l’aquila reale, è affascinante ma estremamente complesso, perché si ha a che fare con soggetti imprevedibili che vivono in ambienti difficili e fragili. A rendere tutto ancora più delicato è il fatto che la sopravvivenza di alcune specie dipende da un equilibrio molto sottile tra l’animale e il suo ambiente. Per questo ritengo che il comportamento del fotografo debba essere sempre improntato alla tutela e al rispetto del soggetto: prima ancora che fotografo, chi si avvicina all’aquila reale deve essere un conoscitore del territorio, dell’ecologia e dell’etologia della specie.Se è vero che la tecnica fotografica si può apprendere con lo studio e la pratica, molto più difficile è imparare come cercare, osservare e avvicinare un animale come l’aquila senza disturbarlo. Dietro una fotografia riuscita, che spesso appare semplice allo sguardo di chi la osserva, ci sono mesi di studio, di appostamenti e di attese, e non di rado anche l’accettazione del fallimento. Ricordo, ad esempio, un lavoro iniziato nel 2020 su una coppia di aquile che ho seguito per circa otto mesi senza riuscire a realizzare lo scatto che avevo immaginato. È una frustrazione che insegna molto, perché ti ricorda che in natura il risultato non è mai garantito, anche quando fai tutto “nel modo giusto”. La vita in capanno è fatta di lunghe attese: si entra al buio e si esce al buio, spesso in condizioni climatiche difficili, rinunciando a tutto il resto. È un esercizio di pazienza e di rinuncia che non sempre porta a un’immagine, ma che fa parte integrante del percorso. Ecco perché credo che la fotografia naturalistica, almeno per come la intendo io, non sia solo ispirazione, ma anche metodo, calcolo, programmazione e grande senso di responsabilità. Proprio come il mio lavoro di avvocato, dove l’impegno massimo non coincide mai con la certezza del risultato”.
Tra i tanti soggetti selvatici che ha immortalato, qual è quello che l’ha più emozionata e quale, invece, vorrebbe ancora fotografare, magari considerandolo un sogno nel cassetto?
“In questa fase della mia vita la mia passione è concentrata esclusivamente sull’aquila reale, che seguo durante tutto l’anno, documentandone ogni aspetto del ciclo biologico. Credo molto nella specializzazione: l’osservazione metodica e costante permette di approfondire sempre più la conoscenza di ogni comportamento e abitudine della specie. Faccio un esempio: malgrado in tanti pensino ancora che l’aquila frequenti solo le montagne della nostra Isola come il Gennargentu o il Limbara, lo studio e l’osservazione costanti mi hanno permesso di individuare, solo nella bassa Gallura diverse coppie di aquile reali. Il lavoro continuo sul territorio consente di osservarle e documentarle in modi che sarebbero impossibili senza presenza costante e attenzione ai dettagli. Un esempio concreto del valore di questa dedizione riguarda il 2021: in quel periodo ho documentato l’arrivo di una coppia di aquile reali in una zona dell’agro olbiese dalla quale mancavano da decenni. Il ritrovamento fu possibile grazie alla segnalazione di un amico, profondo conoscitore dei luoghi, e al periodo di lockdown che ridusse la pressione umana. La coppia occupò un nido molto piccolo e esposto, probabilmente appartenuto a qualche coppia di corvi, ma riuscì a completare la covata: un giovane aquilotto si unì ai genitori quell’estate. Provai una grande emozione vedendo il piccolo nella zona e, anche se non ha più utilizzato quel nido, la coppia oggi continua a occupare quel territorio, così che possiamo dire che anche Olbia, a pochi chilometri dalla città, abbia la sua coppia di aquile esclusiva. Al momento, altri animali rimangono sempre secondari, anche se alcuni rapaci riescono a catturare la mia attenzione e passione. Tra questi c’è l’avvoltoio grifone, una specie affascinante legata all’ambiente agropastorale sardo. La sua popolazione ha attraversato un periodo di grave declino tra gli anni ’60 e ’80, riducendosi a poche decine di individui a causa di bracconaggio, avvelenamenti e disturbo nei siti di nidificazione. Oggi, grazie a progetti europei di conservazione e monitoraggio curati dall’Università di Sassari (Life Under Griffon Wings), la specie è in costante ripresa e la sua presenza si sta gradualmente ampliando in Sardegna. Un altro rapace che cattura la mia attenzione è il falco della regina, che vado a fotografare ogni anno a fine estate sull’isola di San Pietro. È un’esperienza molto coinvolgente: il fascino di questo rapace, la sua storia legata alla figura leggendaria di Eleonora d’Arborea e il fatto che arrivi a nidificare in Sardegna dopo un lungo viaggio migratorio dal Madagascar, rendono ogni incontro unico e straordinario. Nonostante alcune eccezioni, tutta la mia attenzione resta comunque rivolta all’aquila reale, che assorbe tantissimo tempo e entra nella vita in modo dirompente e assoluto. Difficile trovare un altro animale più coinvolgente per me. Mi emoziona tutto dell’aquila, anche i racconti delle persone anziane che hanno avuto esperienze dirette e riportano ricordi del passato. Chi percorre i monti e le foreste della Sardegna sa che molti luoghi conservano toponimi legati alla presenza di questo predatore; per restare alla bassa Gallura, il toponimo “La Punta di l’Acula” (“La Cima dell’Aquila”) lo troviamo praticamente ovunque, a Porto Cervo, San Pantaleo o nelle campagne di Telti, Arzachena e Sant’Antonio di Gallura. Anche Olbia ha la sua “Cima dell’Aquila” (“Sa Punta de S’Àe”), un monolite granitico vicino al nuraghe Riu Mulinu, che ricorda quanto queste zone fossero un tempo habitat ideali per le aquile. Questi toponimi e le storie a essi legate rendono ogni osservazione e ogni scatto particolarmente significativi. Il mio obiettivo è documentare nuove situazioni legate all’aquila: coppie mai fotografate prima, comportamenti inediti, territori poco conosciuti. Un sogno nel cassetto riguarda sempre l’aquila, non altri animali: vorrei fotografarla all’estero, ad esempio in Mongolia o in Giappone, vivendo a contatto con quei luoghi e quelle comunità, per capire come questo nobile rapace interagisca con gli ecosistemi e le culture locali”.
Il libro “Aquila in Sardegna”, di cui è co-autore, racconta la maestosità dell’aquila reale e il suo legame con l’Isola: cosa ha significato per lei contribuire a un’opera che intreccia scienza, cultura e conservazione?
“Il libro Aquila in Sardegna, uscito la scorsa primavera, fa parte di una collana di volumi naturalistici curata da Domenico Ruiu e dalla prestigiosa casa editrice Ilisso, dedicata a sette animali iconici della Sardegna, tra cui l’aquila reale. Ho avuto l’onore di scrivere questo volume insieme a due amici e appassionati fotografi di aquile reali, Antonello Lai di Lula e Gianluca Doa di Nuoro, con contributi anche di altri fotografi e studiosi. Tutti noi abbiamo messo a disposizione anni di esperienza e osservazione sul campo, contribuendo a raccontare aspetti anche inediti di questo nobile rapace. Collaborare con Domenico Ruiu, colui che ha segnato la strada della fotografia naturalistica dei grandi rapaci in Sardegna, è stato un grande onore e ci ha dato un senso di responsabilità e orgoglio. Il libro ci ha permesso di condividere la nostra passione con un pubblico più ampio, non solo specialisti, ma anche chi si avvicina all’aquila per la prima volta. Nel 2022, insieme a Lai e Doa, abbiamo fondato l’associazione Sos Abbilarjos, dedicata allo studio e alla conservazione dell’aquila reale in Sardegna, collaborando con ISPRA e Forestas. Questa collaborazione, continua tuttora, ci permette di portare avanti progetti di ricerca e monitoraggio della specie. Tra i vari dati raccolti, alcuni hanno evidenziato subito quanto le attività antropiche possano incidere sulla sopravvivenza delle aquile in natura. Nel 2022, in Gallura, un giovane aquilotto, che avevamo chiamato Faber, è purtroppo morto folgorato a poca distanza dal nido a causa di una linea elettrica non isolata. Grazie all’attività dell’ISPRA e al nostro supporto di documentazione, quest’anno ENEL ha provveduto a mettere in sicurezza l’intera linea elettrica davanti al sito di nidificazione. Questo intervento dimostra come il lavoro di studio e osservazione, pur nella tragica scomparsa di Faber, abbia permesso di individuare un fattore di rischio per la specie e di trovare una soluzione concreta per proteggerla. L’attività di monitoraggio compiuta dall’associazione Sos Abbilarjos e lo studio condotti insieme a ISPRA includono anche l’uso di piccoli trasmettitori GPS su alcuni giovani aquilotti, in modo da seguirne i movimenti e comprenderne meglio comportamenti, dispersione e interazioni con l’ambiente. Questi dati preziosi ci aiutano a individuare rischi per la specie e a sviluppare strategie concrete per la sua tutela. Nel libro viene descritta questa attività di collaborazione con i predetti enti anche attraverso una ricca documentazione fotografica. Contribuire a questo libro significa quindi combinare passione, esperienza sul campo e ricerca scientifica, portando alla luce il legame profondo tra l’aquila reale e la Sardegna, raccontandone non solo la maestosità, ma anche gli sforzi concreti necessari per la sua conservazione”.
Ogni fotografo ha uno “scatto perduto”, quello sfuggito per un istante o per un’improvvisa variazione della natura: qual è il suo e perché ancora lo ricorda?
“Ne ho tantissimi, e ognuno di questi brucia ancora a distanza di tempo. Con il tempo, però, ho imparato a conviverci e a considerarli esperienze preziose. Fotografare l’aquila reale è un po’ una metafora della vita: fatta di alti e bassi, successi improvvisi e lunghe fasi di attesa, dalle quali bisognerebbe sempre cercare di trarre qualcosa. Salvo rare eccezioni, fotografare l’aquila reale in territorio libero richiede grande resistenza fisica, moltissima pazienza e la capacità di accettare il fallimento. Alcuni scatti ambientati, come quelli con l’isola di Tavolara sullo sfondo, mi hanno richiesto mesi di studio e tentativi andati a vuoto, per poi risolversi, quando va bene, in pochi secondi. Si trascorrono ore interminabili in capanni collocati in luoghi impervi e isolati, con una visuale ridottissima: l’arrivo dell’aquila è sempre improvviso e tutto si gioca in un attimo. Può arrivare all’alba, quando la luce non è ancora quella giusta, oppure al tramonto, quando dopo dieci o dodici ore di attesa la stanchezza rischia di farti perdere lucidità e sbagli una messa a fuoco o un’inquadratura studiata per mesi. A volte il freddo o le posture scomode rendono le mani rigide, la schiena dolorante, al punto da fare fatica persino a premere il pulsante di scatto. Ricordo un’attesa estiva di diciassette ore: entrai nel capanno prima dell’alba e ne uscii al buio. L’aquila arrivò solo al tramonto e, per non svelare la mia presenza, dovetti attendere che si allontanasse completamente. Uscii stremato, trascinandomi lungo il sentiero nel buio, cadendo più volte per la fatica. Non portai a casa neppure uno scatto decente. È uno di quegli “scatti perduti” che restano impressi, perché raccontano più di mille immagini riuscite. Raramente una fotografia di aquila reale riesce a trasmettere le difficoltà, le fatiche e i rischi che stanno dietro alla sua realizzazione. E non parliamo di immagini ottenute in ambienti controllati (capanni a pagamento), ma di quelle frutto di una lunga e meticolosa ricerca in territorio libero, fatta di pazienza, solitudine e osservazione. L’aquila è un animale estremamente imprevedibile. Passa ore immobile, posata su una roccia o su un ramo, perfettamente mimetizzata nel paesaggio. Non basta osservare il cielo: spesso la si ha davanti agli occhi senza accorgersene. Tante volte l’ho cercata a lungo con il binocolo e solo quando avevo perso ogni speranza l’ho vista spiccare il volo da una roccia che avevo già osservato decine di volte. Per questo gli scatti mancati sono molti più di quelli riusciti. Ma, a volte, la natura restituisce qualcosa di inatteso. Ricordo una mattina di febbraio del 2017, durante una delle mie esplorazioni: mi imbattei nell’accoppiamento di una coppia di aquile. La distanza era notevole, ma la posa dei due rapaci, ripresi in controluce su un promontorio granitico illuminato dai primi raggi di sole, diede vita a una silhouette di grande forza. Quella fotografia ha un valore documentaristico importante, ma per me fu soprattutto un regalo, arrivato dopo un periodo molto faticoso, segnato da delusioni e sconfitte. È questo il senso degli “scatti perduti”: accettare che il risultato non sia mai scontato. L’aquila non concede nulla, e forse è proprio questa imprevedibilità, questa continua sfida, a rendere ogni incontro – fotografato o meno – così profondamente memorabile”.




