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Alice De André a Tempio Pausania: lo spettacolo oltre il cognome

Il 18 aprile al Teatro del Carmine di Tempio Pausania, l’attrice si mette a nudo in un monologo che sfida le aspettative: un viaggio tra fragilità, inclusione e il coraggio di essere finalmente solo "Alice".

da Redazione

Tempio Pausania. Dimenticate la “gabbia dorata”. Esistono eredità che non si misurano in beni materiali, ma in echi, visioni e, inevitabilmente, in silenzi da colmare. Incontrare Alice De André significa scontrarsi con una solarità travolgente che però non nasconde le cicatrici: quelle di un’adolescente vittima di bullismo, di una giovane donna schiacciata da aspettative titaniche e di un’artista che ha scelto volutamente la salita, pur di non essere un semplice riflesso.

Il 18 aprile, alle ore 21:00, il Teatro del Carmine di Tempio Pausania si farà scrigno di un evento di rara delicatezza: l’unica tappa sarda del tour di Alice, protagonista del suo spettacolo dal titolo programmatico: “Alice (non Canta) De André”. Un atto di auto-affermazione dove la voce non si lancia nel canto, ma si abbassa per farsi ascoltare meglio, guidata dalla regia di Alessio Tagliento e dal violoncello di Giulia Monti. Abbiamo incontrato Alice per approfondire questo legame viscerale con la Gallura e la sua lotta per la propria identità.

alice de andrè

Alice De Andrè foto @ClaudioGuerra

Alice, la tua tournée è un viaggio introspettivo che tocca tappe cruciali. C’è un momento esatto, sul palco, in cui senti che il pubblico smette di cercare “il nonno” e inizia a vedere te?

«È una sfida che si rinnova ogni sera, una sorta di “grinta del riscatto” che mi porto dentro da sempre. C’è un istante preciso, quando il silenzio in sala da semplice attesa diventa denso, quasi fisico. In quel momento percepisco che la gente non sta più cercando il mito, non sta scavando nei miei tratti somatici a caccia di somiglianze. Stanno ascoltando la mia voce, le mie parole. È lì che sento di aver vinto: quando il cognome svanisce e resta l’emozione pura. La mia professionalità, la mia fatica e i miei anni di studio sono l’unica risposta possibile a chi pensa che questo percorso sia stato un regalo.»

Alice De Andrè

foto @AliceDeAndrè

Hai parlato di un’infanzia non sempre facile, segnata dal bullismo e da un cognome che “pesa”. Come si trasforma quel peso in “elegante disequilibrio”?

«Scegliendo le strade complicate. Avrei potuto ricalcare orme già tracciate, sarebbe stato più semplice, forse più remunerativo nell’immediato. Ma io avevo bisogno di sapere chi fosse Alice. Il bullismo subito a scuola mi ha insegnato presto che il privilegio non ti protegge dal dolore, anzi, a volte ti rende un bersaglio più visibile. Oggi quel dolore è diventato consapevolezza. Sul palco non nascondo le fragilità, le abito con fierezza. L’ironia, che molti trovano disarmante in me, è stata la mia prima linea di difesa e oggi è il mio modo più sincero di comunicare.»

La Sardegna, e la Gallura in particolare, è un luogo cardine della tua storia familiare. Cosa trovi tra questi graniti che non trovi altrove?

«La verità. In Sardegna non sono un’etichetta o una “figlia di”. Qui sono Alice. La Gallura per me è un grembo materno, un luogo di protezione dove il vento di maestrale sembra spazzare via le sovrastrutture. È il mio contatto vero con la terra. Tra queste rocce non devo dimostrare nulla a nessuno, se non a me stessa. È una ricarica necessaria, un rifugio dove ritrovo il mio centro prima di tornare ad affrontare il mondo. La Gallura non è uno sfondo, è un elemento fondante della mia anima.»

Oltre al teatro, ti dedichi a “Take me Aut”, un progetto per giovani nello spettro autistico. È un impegno che sembra lontano anni luce dal glamour che molti associano al tuo nome…

«Mi attrae l’autenticità, e in quei ragazzi ce n’è in quantità industriale. Collaborare come educatrice teatrale significa andare oltre i filtri sociali e le apparenze. La notorietà è un guscio vuoto se non viene messa al servizio dell’altro. La vera “eredità” che voglio onorare non è un conto in banca o una canzone famosa, ma l’impegno sociale: dare voce a chi spesso non viene ascoltato. Questi giovani hanno una sensibilità straordinaria che mi insegna molto più di qualsiasi accademia.»

Determinata, simpatica, ma estremamente professionale. Qual è il segreto per mantenere questa luce nonostante le ombre del passato?

«L’onestà. Ho imparato che l’unico modo per onorare davvero la mia famiglia è essere una professionista onesta. Non erediti il talento per diritto di nascita, lo coltivi con lo studio e la passione. Sorrido perché sono orgogliosa delle mie radici, ma cammino con le mie gambe. Domani a Tempio porterò tutto questo: la mia storia, i miei silenzi e, finalmente, la mia voce.»

Alice De Andrè

foto @AliceDeAndrè

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