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Evelina Nazzari: l’arte come catarsi approda tra le quinte di Teatrosophia

Dal 18 al 22 febbraio, la scena romana accoglie "Torna tra nove mesi". Un viaggio intimo che segna l'incontro tra la memoria ereditaria e la rinascita letteraria di una splendida attrice

da Redazione
evelina nazzari

Roma. C’è un filo sottile e d’acciaio che lega il granito della storia del cinema italiano alla delicatezza del palcoscenico contemporaneo. Quel filo porta il nome di Evelina Nazzari. Figlia d’arte nel senso più nobile e profondo del termine, Evelina ha attraversato decenni di teatro con una discrezione rara, costruendo un percorso artistico indipendente, lontano dall’ombra ingombrante del padre Amedeo, pur custodendone con orgoglio la rigorosa professionalità. Oggi la ritroviamo al Teatrosophia di Roma, dal 18 al 22 febbraio, con uno spettacolo che profuma di urgenza e verità: “Torna tra nove mesi”. Non è solo una pièce, ma una finestra aperta su un’anima che ha saputo trasformare il dolore più indicibile — la perdita di un figlio — in una forma di bellezza condivisa e necessaria.

Dalla scena alla pagina: i brandelli di una vita

Il debutto teatrale si intreccia indissolubilmente con la sua recente fioritura come scrittrice. Nel suo libro “Memorie a brandelli”, Evelina Nazzari si mette a nudo con una scrittura che non cerca l’artificio, ma la catarsi. È un diario di frammenti, dove il ricordo di un padre amatissimo e protettivo si mescola alla polvere dei palcoscenici e al profumo delle mimose in un giardino di campagna, luogo di confidenze adolescenti mai dimenticate. La sua è una “rinascita” che passa per la parola scritta e recitata. Se il teatro è stato per anni il luogo dove nascondersi dietro un personaggio per dire verità scomode, oggi la scrittura diventa per lei il “vomito del dolore”, quell’atto necessario per espellere il mostro della perdita e trasformarlo in una carezza per chi legge o ascolta.

Uno spettacolo di amore e solidarietà

“Torna tra nove mesi” non è un atto solitario, ma il frutto di una coralità affettiva. Accanto a lei, la collega e amica di sempre Maddalena Recino, la regia di Angelo Libri e le musiche del marito, il magistrato Francesco Crisafulli. È un gruppo compatto che ha protetto e cullato questo testo, permettendo a Evelina di donare al pubblico un pezzo della propria anima. In questa lunga e toccante intervista, Evelina Nazzari ci conduce per mano tra le “montagne russe” dei suoi stati d’animo, raccontandoci come il teatro e la scrittura possano diventare gli strumenti per non sentirsi soli, per trasformare il buio in una riflessione collettiva che, passo dopo passo, torna a far respirare.

 

 

Evelina, dal 18 al 22 febbraio sarà al Teatrosophia con “Torna fra nove mesi”, uno spettacolo che affronta il tabù supremo: il dolore per la perdita di un figlio. In scena vi muovete tra fogli di carta stropicciati e una cassa di legno, metafore di una fragilità corruttibile. Come sei riuscita a trasformare un’esperienza così personale e “graffiante” in un atto creativo che rifiuta il sentimentalismo per abbracciare una verità nuda, capace di guardare il pubblico negli occhi senza mediazioni?

“È un processo che avviene lentamente. Non è possibile esprimersi il giorno dopo una tragedia; inizialmente sei paralizzato. Solo con il tempo, se possiedi la capacità di sfogare quel dolore, qualcosa inizia a muoversi. C’è chi dipinge, io faccio l’attrice. Il palcoscenico ha una magia terapeutica: a volte ti capita di interpretare personaggi che dicono esattamente ciò che avresti voluto dire tu, o che porti dentro. In quel momento ti nascondi dietro una maschera, sei il personaggio, ma resti anche la persona; le due identità si confondono in un atto magico. Tuttavia, scrivere è un’esperienza ancora più profonda. Il bisogno di “scarabocchiare” frasi è arrivato dopo un po’, come una necessità impellente di “vomitare” il dolore, di buttarlo fuori da me. È come un mostro che espelli, sapendo che poi tornerà in forme diverse, ma intanto lo hai oggettivato. Nello spettacolo Torna fra nove mesi, ad esempio, quel dolore si trasforma in sarcasmo e rabbia. All’inizio non potevo nemmeno immaginare di rappresentare queste parole. Ho iniziato scrivendo un libro che racconta i miei primi due anni di lutto, e da quel testo è nato il progetto teatrale. Quando è accaduta la tragedia di mio figlio, ho letto moltissimo: cercavo le esperienze degli altri per non sentirmi sola, per sapere che qualcuno aveva già attraversato quel dolore mostruoso e lo aveva condiviso. Alla fine, ho sentito l’esigenza di fare lo stesso, immaginando un lettore che potesse condividere il mio cammino. Portare tutto questo in scena è stato possibile solo grazie a un gruppo compatto, nato dall’amore e dalla solidarietà. Ho voluto accanto a me Maddalena, un’amica e collega meravigliosa che ha seguito tutta la mia vicenda; il regista Angelo Libri, che considero quasi un figlio; mio marito, che ha curato le musiche con mia figlia, la quale ha anche disegnato la locandina. Senza questo affetto profondo, non avrei mai potuto recitare parole che dicono cose che vivo e sento quotidianamente. Perché il dolore non passa mai, ma si trasforma. Diventa una catarsi personale, ma anche un dono per gli altri. Anche chi non ha vissuto lo stesso dramma può rispecchiarsi in uno stato d’animo o in un piccolo dettaglio. Non c’è nulla di eroico in questo: è un’esigenza vitale di condividere, di non sentirsi soli e di usare il dolore attraverso la creatività. Quando componi qualcosa, doni un pezzo della tua anima, ma gli occhi e la commozione del pubblico te lo restituiscono raddoppiato. Credo che il compito di un attore o di uno scrittore sia, molto semplicemente, emozionare o far riflettere. Emozionare significa anche far ridere; l’importante è suscitare qualcosa. Se uno spettatore esce da teatro o chiude un libro restando indifferente, allora è un disastro. Riuscire a trasmettere un’emozione o una riflessione è l’unica cosa che conta davvero, ed è un traguardo a cui si arriva piano piano, un passo alla volta, spinti da un bisogno interiore che non puoi ignorare”.

La sua scrittura, in “Memoria a brandelli”, nasce da uno scavo quasi archeologico tra vecchie carte e diari degli anni Settanta. In questo viaggio che attraversa due secoli e diverse nazioni, come è riuscita a ricomporre i frammenti di un’identità che deve fare i conti con un’eredità artistica così imponente come quella di tuo padre Amedeo e di sua madre Irene, trovando finalmente la sua voce autentica oltre l’ingombro del passato?”

“In realtà, inizialmente, sentivo un forte bisogno di parlare di mia madre. Desideravo mettere nero su bianco i dettagli del nostro legame, un rapporto molto conflittuale nonostante il grande amore che ci univa. Poi, scrivendo, mi sono ritrovata a dar voce a molte altre persone, risalendo fino ai miei avi, anche quelli che non ho mai conosciuto. Ciò che mi premeva trasmettere non era “la verità” assoluta — che in fondo non esiste o si deforma ogni volta che viene vissuta o raccontata a distanza di anni — ma la mia memoria personale, fatta di brandelli e ricordi. Ho ritrovato il fascino delle storie tramandate oralmente, che attraversano le generazioni cambiando forma: come quella del mio trisavolo che combatté contro i turchi. È un racconto di cui so pochissimo, passato da mia nonna a mia madre, ma non importa se i fatti siano accaduti esattamente in quel modo; ciò che conta è il potere della narrazione che si trasforma nel tempo. Il pretesto per questo viaggio è stato il ritrovamento, durante un trasloco, di un mio diario degli anni Settanta. È un oggetto denso di vita: ci sono i compiti di scuola, le fotografie, la firma della mia amica di banco. Partendo da lì, ho voluto scorrere il tempo, parlando di persone fondamentali per me — non solo parenti, ma soprattutto amici che hanno segnato certi periodi della mia vita. È un racconto in cui la mia generazione si ritrova profondamente, riconoscendo quegli stessi anni e atmosfere. Naturalmente, al centro di tutto ci sono mio padre e mia madre. Sono stati i pilastri della mia esistenza, ma purtroppo queste colonne portanti sono crollate quasi contemporaneamente. Mio padre combatteva da tempo con problemi renali, ma mia madre, che sembrava stare benissimo, fu colpita da un tumore. Due mesi dopo, mio padre ebbe un ictus. Avevo solo 19 anni e il mondo mi è crollato addosso. A quell’età non sei ancora strutturata, specialmente se sei cresciuta “nella bambagia” e non conosci ancora bene il mondo. Mi sono ritrovata in una situazione difficilissima e proprio lì ho dovuto iniziare a lavorare e a costruirmi da sola. Riguardo a mio padre, il suo nome è sempre stato un “ingombro”, seppur vissuto con orgoglio. Recentemente è stata pubblicata una sua biografia molto approfondita scritta dal giornalista Roberto Liberatori; ne sono fiera perché contiene ricerche che io non avrei mai saputo fare. Certo, alla mia età, essere presentata ancora come “la figlia di” fa sorridere, anche perché la mia carriera ha preso strade totalmente diverse: ho fatto moltissimo teatro e pochissimo cinema, senza alcun legame con il suo percorso. Forse il fatto che lui fosse un uomo ha mitigato il senso di rivalità. Anche mia madre era un’attrice, ma smise di recitare più o meno quando sono nata io per dedicarsi interamente a lui: gli faceva da segretaria, lo aiutava a ripassare le parti, lo seguiva ovunque. Erano due caratteri molto diversi, ma estremamente affiatati. Ecco, da quell’ingombro paterno, in fondo, non mi sono mai liberata del tutto, ma oggi lo guardo con una consapevolezza nuova”.

Nel 1982 e nel 1984 lei è stata nel cast del “Don Chisciotte” e hai lavorato in film cult come “Dove vai in vacanza?”. Proprio sul set con Alberto Sordi, un gigante della nostra cinematografia, che ricordi porta nel cuore? C’è un insegnamento o un aneddoto particolare di quell’incontro che, oggi, nella tua maturità di attrice e scrittrice, assume un significato nuovo?

“Nel Don Chisciotte feci solo una piccolissima parte, una sorta di comparsa tra la versione cinematografica e quella televisiva; non so bene perché venga spesso citata. La mia vera esperienza formativa fu invece il Cyrano, iniziato tra il 1977 e il 1978 e ripreso qualche anno dopo. Fu proprio lì che conobbi Pino Micol, che sarebbe diventato mio marito e il padre di mio figlio. Ci siamo separati molto presto e, a parte quell’opera che ci fece incontrare, non ci fu alcun sodalizio, né nella vita né sulla scena; oggi non abbiamo più rapporti. Da oltre trent’anni sono sposata con un’altra persona, Francesco Crisafulli, che è un magistrato e dunque appartiene a un mondo completamente diverso dal mio. Ho adottato sua figlia, Costanza, che è diventata a tutti gli effetti mia figlia. Così, oggi porto nel cuore due figli: una che è qui con me e l’altro, Leonardo, che non c’è più fisicamente ma resta sempre dentro di me. Avendo solo un anno e mezzo di differenza, è come se avessi cresciuto due figli in una famiglia classica. L’unico vero film “cult” della mia carriera è stato quello con Alberto Sordi. Lui fu molto gentile e carino con me, nonostante l’esperienza per me fu quasi traumatica. Venivo dal teatro, dove si prova a lungo e si ripetono le stesse battute ogni sera; lui, invece, cambiava le battute all’ultimo momento e perfino durante il doppiaggio mi faceva dire cose diverse. Era un modo di lavorare improvvisato a cui non ero abituata, ma conservo di lui un ricordo splendido; conosceva bene papà e aveva lavorato con lui. Del Cyrano teatrale, che fu poi ripreso anche per la televisione, conservo ricordi incredibili. Avevo solo 19 anni e mi ritrovai improvvisamente a girare i più bei teatri d’Italia. Ero quasi “ubriaca” di emozioni, come racconto anche in Memoria a brandelli: passare dai banchi di scuola alla responsabilità di sostenere ogni sera una parte importante come quella di Rossana fu un salto enorme. Ricordo che mio padre, già malato, mi disse quasi preoccupato: “Rossana è un ruolo da attrice consumata…”. Io gli risposi semplicemente che avevo fatto un provino e mi avevano presa. Ecco, ciò che papà mi ha lasciato davvero in eredità è proprio questo: il senso della grande professionalità”.

Nello spettacolo “Torna fra nove mesi”, il silenzio finale sembra restituire agli spettatori una verità spoglia. Se oggi dovessi scegliere un colore o un’immagine per descrivere il tuo attuale stato d’animo — in questo equilibrio tra la memoria di chi non c’è più e la forza di chi continua a raccontare — quale sarebbe? Nel tuo libro parla di una “memoria frantumata” che riaffiora tra vecchie carte. Se dovessi chiudere gli occhi e tornare a un pomeriggio d’infanzia con suo padre, lontano dai riflettori e dai set cinematografici, qual è l’immagine o il profumo che ti restituisce l’Amedeo più autentico? C’è un gesto quotidiano, un rito tra padre e figlia, che custodisce come il tuo tesoro più prezioso?

“Non è una domanda semplice. Se dovessi descrivere il mio stato d’animo, non userei un solo colore e nemmeno un arcobaleno statico: direi piuttosto che vivo su delle montagne russe. I miei colori cambiano in base ai momenti e agli stati d’animo, che purtroppo fluttuano continuamente. In una sola giornata posso passare dal rosso al blu, fino al verde speranza, anche se accade raramente. È faticoso convivere con umori così instabili e in perenne movimento; la serenità, quella vera, non la conosco più. Conosco momenti di contentezza, ma la parola “felicità” mi sembra troppo grande. Vivo costantemente tra vette e momenti di totale abbattimento, a volte tutto nello spazio di poche ore. Riguardo a mio padre, non conservo molti ricordi dell’infanzia vera e propria. Ricordo che era tenero e me le dava sempre tutte vinte, mentre mia madre era la figura più severa. Abbiamo iniziato a conoscerci davvero quando avevo circa 16 o 17 anni, poco prima che lui si ammalasse. Fino ad allora, mia madre aveva fatto molto da filtro: all’epoca i padri non si occupavano direttamente dell’educazione. Lui c’era, la sua presenza era forte, ma gli ordini partivano da lei. Era lei a decidere che dovessi studiare pianoforte o danza; mi ha fatto frequentare mille corsi, convinta — con una mentalità un po’ ottocentesca — che tutto ciò rappresentasse un arricchimento necessario per una giovinetta. Sicuramente lo è stato, anche se poi nella vita ho preso strade completamente diverse. Mio padre veniva messo al corrente di tutto, ma il tramite restava sempre mia madre. Il momento della svolta, il ricordo che porto nel cuore e che ho descritto anche in Memoria a brandelli, è legato a un pomeriggio in giardino. C’era un profumo intenso di mimose — avevamo due o tre alberi bellissimi in fiore — e quel profumo per me è rimasto indimenticabile. Ero un’adolescente difficile, scontrosa, una di quelle ragazze che non raccontano mai nulla. Lui mi raggiunse in quella parte del giardino, nella nostra casa in campagna, e mi disse semplicemente: “Raccontami come stai, cosa provi, cosa senti”. Volle stabilire un contatto diretto, senza intermediari. Nonostante fosse sempre stato un padre presente, quel momento di vicinanza così esplicita e profonda resta un episodio che non si cancellerà mai dalla mia memoria”.

Essere la figlia dell’attore più amato d’Italia significava condividere l’affetto di un padre con un intero Paese. Da bambina, come viveva questa “presenza ingombrante” ma amatissima? C’è stato un momento particolare in cui hai capito che il suo papà non era solo tuo, ma apparteneva all’immaginario collettivo, e come è cambiato, crescendo, il tuo modo di proteggere il vostro legame privato?

“Ricordo che quando ero piccola uscire per strada con lui era complicato. Lo fermavano tutti; lui era sempre gentilissimo, ma in fondo un po’ infastidito. A volte ci scherzava sopra, rispondendo: “No, no, sono il fratello gemello!”. Fare una semplice passeggiata diventava faticoso, eppure ho sempre saputo che papà era “mio”: non ho mai avuto dubbi su questo. Crescendo ho compreso quanto la fama lo abbia inseguito. È il destino delle persone famose che hanno girato più di 150 film: per il pubblico diventano dei personaggi, ma nella vita restano esseri umani, persone. Io l’ho capito presto, ma non ho mai sentito di doverlo dividere con nessuno. Era il mio papà e basta. Il nostro legame è sempre rimasto privato; eravamo semplicemente un padre e una figlia. Abbiamo sempre preservato questa dimensione e non mi sono mai sentita derubata del suo affetto dal pubblico. Diciamo anche che negli ultimi anni in cui stava bene ha lavorato meno. Era una fase di declino: lo chiamavano meno e lui non ne capiva il motivo, data la sua grande popolarità. In parte era “colpa” sua: non amava fare pubbliche relazioni. Mia madre lo spingeva a stare più in mezzo agli altri perché i tempi erano cambiati, ma lui, avendo lavorato per decenni senza averne mai avuto bisogno, le rispondeva: “Se mi vogliono, sanno chi sono e mi chiamano. Purtroppo il mondo del cinema non funzionava più così e lui non si era adeguato; inoltre, i copioni che gli inviavano spesso non gli piacevano. Questo diradarsi degli impegni lo aveva un po’ depresso, ma per noi la nostra casa in campagna rappresentava il rifugio perfetto. È lì che abbiamo vissuto la nostra quotidianità, lontani dai riflettori, confermando quella sensazione di un rapporto esclusivo che non ho mai dovuto spartire con nessuno”.

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