Cagliari. Esiste un filo invisibile che connette l’attenzione millimetrica di una vita spesa nel settore socio-sanitario alla precisione poetica dell’artigianato d’arte. È in questo spazio d’intersezione che si muove Laura Marotta, una personalità definita da una dualità affascinante: da un lato il rigore, la responsabilità e l’occhio clinico necessari a chi si prende cura degli altri; dall’altro, una sensibilità onirica capace di plasmare la lana cardata fino a renderla soffio vitale.

foto @lauramarotta
La sua non è solo produzione di oggetti, ma una vera e propria missione giornalistico-sociale: restituire dignità e bellezza a creature spesso ai margini della nostra estetica, come i suoi ormai celebri topolini. Ma l’universo di Laura si espande oltre la figura del roditore, sconfinando in una dimensione magica e miniaturizzata dove il tempo sembra essersi fermato. Dalle sue mani nascono cuori pulsanti di texture, coppie di micro-innamorati che sfidano le leggi della proporzione, e ambientazioni minuziose: tavole imbandite per le grandi occasioni che sembrano attendere ospiti invisibili, decorazioni per porte che diventano portali verso il fantastico e bomboniere che trasformano l’evento in una memoria tattile. Ogni sua opera è un atto di resistenza alla massa, un invito a riscoprire, attraverso la lentezza della lavorazione manuale, quella genuinità che rende l’infinitamente piccolo infinitamente prezioso. Incontriamo Laura mentre nel suo angolo creativo mette a punto gli ultimi dettagli a delle piccole creature inanimate.
Laura, chi sei oltre la tua professionalità e come nasce la tua passione?
“Sono un’operatrice socio-sanitaria, anche se ormai il mio cuore batte per l’artigianato. Vivo nella mia meravigliosa Sardegna, terra che accoglie e dona. La mia vita è immersa negli animali: vado a cavallo, vivo con quattro chihuahua e un gatto, ma la mia vera passione sono i roditori, come topi e nutrie”.
Cagliari è la cornice del tuo lavoro. Qual è il valore di un’impresa individuale che punta sulla lentezza in un’epoca di massa?
“Il mio valore principale è l’unicità. Ogni topolino è un pezzo unico, frutto di studio, tempo e cura. Per me l’artigianato è un racconto: l’artigiano scrive una storia attraverso i gesti. In Sardegna, ponte tra mare e tradizione, ho fatto una scelta etica e culturale per creare un legame emotivo con chi accoglie le mie creazioni”.
I social sono il tuo canale principale. Come nutri il dialogo con la tua “fanta-community”?
“Uso i social per raccontare il processo creativo, condividendo momenti di lavoro. Il dialogo è costante: i suggerimenti e le reazioni della community influenzano spesso lo sviluppo di nuovi personaggi. È un’esperienza di creazione condivisa”.
Dietro la morbidezza della lana c’è uno scheletro in fil di ferro. Quanto è complessa la progettazione strutturale?
“È fondamentale. Il fil di ferro sostiene postura, equilibrio ed espressività. Anche se invisibile, deve essere preciso per permettere movimenti naturali e pose dinamiche senza togliere leggerezza alla forma finale. È un lavoro tecnico, ma molto intuitivo.”
La tua arte nobilita creature emarginate. Come scardini lo stigma dell’animale “sporco”?
“Attraverso materiali morbidi e dettagli espressivi cerco di cambiare lo sguardo di chi osserva. Ratti e topi, rappresentati con cura, diventano personaggi con un carattere. La delicatezza crea empatia e invita al rispetto e alla tenerezza”.
C’è un sogno nel cassetto che sta per vedere la luce? «A breve registrerò il brand Is merdoneddasa. Il mio sogno è portare questi topolini in tutta Italia, facendo riscoprire la bellezza di tornare un po’ bambini e il valore autentico dell’artigianato. I miei topolini sono piccoli scrigni di speranza per una società più genuina.»





