Olbia. L’alpinismo di altissima quota per Ernesto Macera Mascitelli, non è mai soltanto una questione di dislivelli, ramponi e ossigeno rarefatto. Quando in gioco ci sono i giganti della Terra, la scalata diventa un corpo a corpo intimo con i propri limiti, dove la tenacia fisica deve fare i conti con gli affetti familiari rimasti a terra con il fiato sospeso. Lo sa bene Ernesto Macera Mascitelli, alpinista abruzzese d’origine ma ormai olbiese d’adozione, pronto a firmare un’altra straordinaria impresa sui tetti del mondo. Dopo lo straordinario successo conquistato sul Manaslu nel settembre 2025 (8.163 metri), l’atleta residente in Gallura punta dritto al Dhaulagiri: con i suoi 8.167 metri è la settima montagna più alta del pianeta, nonché una delle più selettive e temute dell’intera catena himalayana.
Mascitelli verso una nuova impresa
Ad oggi, appena 12 scalatori italiani sono riusciti a conquistarne la cima. La spedizione prenderà il via il 22 agosto con il volo per Kathmandu. Ad accompagnarlo ci sarà il fortissimo alpinista nepalese Lhakpa Gelbu. La logistica per i permessi è curata dall’agenzia di Suman Neupane. Il duro trekking di avvicinamento partirà il 28 agosto. L’obiettivo è piantare le tende al Campo Base, situato a circa 4.800 metri di altitudine.
Si tratta di un’impresa che spingerà ancora una volta il corpo di Ernesto al limite estremo. A quota 6.500 metri gli zaini da 25 chilogrammi peseranno come macigni. Ad attenderlo ci saranno pareti esposte e ghiaccio vitreo. I familiari a casa vivono ore di inevitabile ansia. Il loro timore è però ripagato da un fine nobile. La missione si lega all’associazione Cese Mapuche. L’obiettivo è raccogliere fondi da destinare alla rete scolastica e all’infanzia nepalese.
Abbiamo Incontrato l’alpinista poche ore prima del decollo verso la settima montagna più alta del mondo.
Mancano ormai pochissimi giorni alla partenza e immaginiamo che l’emozione si intrecci alla tensione dei preparativi. Come si affronta, sia dal punto di vista fisico sia mentale, l’avvicinamento a una vetta complessa e remota come il Dhaulagiri?
“Sì, il tanto atteso momento è arrivato. Tra gli innumerevoli impegni lavorativi e i costanti ed estenuanti allenamenti, tra qualche giorno chiudo i borsoni e parto per Kathmandu. Devo dire che questa volta il timore e la paura sono forti. Dico sempre che non si affrontano queste enormi montagne se non si prova rispetto e timore, ma il Dhaulagiri va oltre: per la sua esposizione alle intemperie, per il clima rigidissimo e per la sua posizione isolata, dove non avrò alcuna possibilità di collegarmi con il resto del mondo”.
Dal punto di vista tattico e strategico, che tipo di scalata vi aspetta e come pensate di gestire le difficoltà tecniche e l’isolamento della parete?
“Ci attenderanno enormi difficoltà tecniche, a partire dal ghiaccio vitreo che ti accompagna dai 5.700 metri fino alla cima, oltre alla mancanza di altri alpinisti con cui farsi coraggio e condividere la salita. Saremo in pochissimi sul Dhaulagiri in questa stagione e io e Lhakpa saremo probabilmente i primi ad allestire il campo base. Saliremo in velocità e leggerezza dopo l’acclimatamento: se le condizioni lo permetteranno, eviteremo il campo 4 per trascorrere meno tempo possibile nella “zona della morte”, ovvero dai 7.400 metri in su”.
Il Dhaulagiri ha una reputazione severa e la tua famiglia vive questi momenti con apprensione. Come si bilancia la spinta verso il sogno con la tutela della propria salute?
“È un’impresa indubbiamente ardua e comprendo le preoccupazioni della mia famiglia, ma rimango fermo nella decisione di partire finché il fisico me lo consentirà. La gestione del carico sarà complessa e la fatica a quelle quote si moltiplica in modo esponenziale. Ma la regola fondamentale che mi impongo resta sempre una sola: raggiungere la vetta è un’opzione, tornare a casa è l’unico vero obbligo. Bisogna saper rinunciare se la montagna lo richiede”.
Questa spedizione non si esaurisce nella sola prestazione sportiva, ma stringe un legame forte con il territorio nepalese. In cosa consistono i progetti di solidarietà che porterai avanti?
“Il contatto con le comunità locali è l’anima di tutto. Prima dell’avvicinamento alla montagna faremo tappa a Fhaplu, il villaggio natale di Lhakpa, per consegnare direttamente il materiale didattico alla scuola del posto. A inizio ottobre, prima del rientro in Italia previsto per il 10 ottobre, visiterò un altro centro per verificare l’impiego dei fondi inviati lo scorso anno, con cui abbiamo garantito l’acquisto di una protesi acustica per un bambino non udente dalla nascita. Toccare con mano questo aiuto è la vittoria più grande”.