Olbia. Esistono confini che solo le menti eclettiche sanno valicare. Quello tra la precisione millimetrica della tecnologia e l’imprevedibile fragilità dei sentimenti è uno dei più impervi, eppure Marco D’Angelo sembra aver trovato la chiave per abitarli entrambi. Owner e CEO di Cleantech Olbia, D’Angelo è un uomo che di giorno progetta innovazione, ma di notte, o nel silenzio dei suoi pensieri, scava nelle pieghe più recondite dell’identità umana. Dopo aver sorpreso il pubblico con l’esordio di “Ti sento dentro”, un’opera sulla forza di cambiare il proprio destino, lo scrittore olbiese torna a scalare le classifiche delle piattaforme digitali con un romanzo che non concede sconti: “ELENA – Quando l’amore non basta”.

L’amore ai tempi della fragilità
Il suo ultimo romanzo, “ELENA – Quando l’amore non basta” (in uscita il 4 maggio in formato eBook e il 9 maggio in versione cartacea), non è la solita cronaca di un sentimento idilliaco. Al contrario, è un’immersione profonda, quasi chirurgica, nelle crepe dei rapporti moderni. Elena, la protagonista, è una voce in prima persona che parla a nome di tutte quelle donne rimaste intrappolate tra promesse solenni e silenzi assordanti. L’autore esplora senza filtri il paradosso dei nostri tempi: la facilità del contatto e l’impossibilità della connessione. Parla di tradimenti che non sono solo fisici, ma emotivi; di uomini che promettono l’eterno per poi rivelarsi crudeli nella loro superficialità; di madri e figlie costrette a raccogliere i cocci di famiglie che crollano sotto il peso dell’ipocrisia.

Una scrittura che è “necessità”
Cosa spinge un uomo immerso nel mondo della tecnologia proiettata sempre più verso un futuro distopico, a mettersi nei panni di una donna ferita? La risposta risiede in una sensibilità rara, una “duplice anima” che vede nello scrivere non un semplice hobby, ma una necessità biologica di dare ordine al caos interiore. Se nel suo primo libro, “Ti sento dentro”, il tema centrale era il coraggio di cambiare il proprio destino, in “Elena” questa forza si trasforma in resilienza: la capacità di ricostruirsi pezzo dopo pezzo, non per scelta, ma per pura sopravvivenza. Il successo riscosso sulle piattaforme digitali conferma che il pubblico ha fame di verità. In un’epoca di relazioni “liquide” e filtrate dai social, la scrittura di questo giovane autore olbiese colpisce perché è onesta, cruda, quasi fastidiosa nella sua capacità di rivelare ciò che solitamente nascondiamo dietro i sorrisi di circostanza.
Olbia, culla di una nuova narrativa tra ragione e sentimento
Vederlo alternarsi tra i tavoli di comando della Cleantech e le bozze del suo prossimo romanzo significa assistere al superamento di un cliché: quello che vuole l’uomo tutta razionalità, essere privo di slanci poetici. La sua prosa dimostra che la tecnologia può servire a migliorare la nostra vita certo, ma solo l’arte può riparare l’umano.
Con questo secondo traguardo, Marco D’Angelo conferma che Olbia non è solo un centro nevralgico dell’industria sarda, ma anche terreno fertile per una narrativa che parla al cuore del Paese. Il suo successo non è un caso, ma il risultato di una capacità rara: saper tradurre il “rumore” del mondo moderno nel linguaggio eterno dell’emozione pura. In un’epoca che ci vuole iper-connessi ma soli, D’Angelo ci ricorda che “l’amore non basta” se non è sostenuto dalla verità. Un messaggio forte, che l’autore approfondisce nell’intervista che segue, rilasciata durante il nostro ultimo incontro.
Marco, la tua carriera corre sul binario dell’innovazione con CleantechOlbia e la sicurezza digitale, ma nel tuo romanzo “Ti Sento Dentro” esplori le fragilità e i desideri più profondi dell’animo umano. Come riesci a conciliare la razionalità fredda dei codici informatici con la narrazione così viscerale e psicologica di una donna come Aurora Miller?
“In realtà, non considero questi due mondi così distanti come sembrano. Il codice cerca la perfezione, la pulizia, l’ordine. Ma la sicurezza informatica ambito in cui opero nasce proprio dalla consapevolezza che la perfezione non esiste: c’è sempre una vulnerabilità, un bug. Aurora Miller è, in un certo senso, un sistema apparentemente perfetto che scopre la propria falla più profonda: il desiderio. Concilio razionalità e narrazione vedendo la psicologia umana come l’algoritmo più complesso che esista. Nel mio lavoro cerco di correggere l’errore per garantire stabilità; nella scrittura, invece, esploro l’errore la deviazione dalla norma, il desiderio proibito come unica via possibile verso la libertà. Aurora non è fredda come un codice, ma la sua ricerca di verità ha la stessa onestà brutale di un sistema che non può mentire a se stesso”.
Nel tuo gruppo di amici sei scherzosamente definito “femminista” per la tua spiccata sensibilità verso l’universo femminile. In che modo questa tua visione ha influenzato la creazione di Aurora e quanto è stato difficile, per un uomo con il tuo background tecnico e imprenditoriale, calarsi nei panni di una donna che decide di mettere in discussione la propria “perfezione” per ritrovare se stessa?
“Essere definito “femminista” in un ambiente tecnico lo considero un complimento, e lo accolgo con orgoglio. Significa avere la capacità di ascoltare e osservare senza il filtro del pregiudizio maschile standard. Per creare Aurora ho dovuto spogliarmi della mia identità professionale quella del CEO e dell’imprenditore abituato a controllare e dirigere e accettare il caos emotivo. La vera difficoltà non è stata “capire” una donna, ma sentire la pressione della perfezione così come la vive una donna. Noi tecnici siamo formati per tenere tutto sotto controllo, scalare mercati, ottimizzare processi. Aurora fa l’opposto: sabota il proprio successo apparente per ritrovare la propria essenza. Entrare nei suoi panni è stato un esercizio di empatia radicale, che mi ha permesso di esplorare non ciò che una donna dovrebbe essere secondo la società, ma ciò che sente nel profondo”.

Il titolo suggerisce un legame quasi simbiotico e profondo (“Ti Sento Dentro”), mentre la trama parla di un “errore” necessario. In un’epoca dominata da algoritmi e relazioni spesso filtrate dai social, il tuo libro sembra voler riportare al centro il corpo, il desiderio e il rischio reale. Pensi che oggi, paradossalmente, serva più coraggio per vivere una passione autentica che per scalare il mercato delle nuove tecnologie?
“Assolutamente sì: oggi serve molto più coraggio per vivere una passione autentica che per scalare il mercato delle nuove tecnologie. Scalare un mercato è una sfida complessa, ma segue regole precise: analisi dei dati, posizionamento, investimenti. È una scalata rischiosa, ma misurabile. Vivere una passione autentica, come quella raccontata in Ti Sento Dentro, significa invece saltare senza paracadute in un territorio dove non esistono algoritmi di supporto. In un’epoca in cui persino i sentimenti vengono filtrati da interfacce digitali e validazione sociale, il corpo e il rischio reale restano gli ultimi baluardi di verità. Scegliere l’autenticità con tutto il dolore e lo scandalo che può comportare richiede un coraggio quasi eroico, persino maggiore di quello necessario per costruire una startup. La tecnologia ci connette, ma è solo il rischio emotivo che ci rende davvero vivi”.
Come esperto di marketing e CEO, conosci bene l’importanza del posizionamento e del feedback. Vedendo il successo che il romanzo sta riscuotendo su Amazon, quanto c’è della tua esperienza professionale nella promozione di te stesso come autore e quanto, invece, credi che a decretare il successo sia stata proprio la “scossa” emotiva che il genere forbidden romance riesce ancora a dare ai lettori contemporanei?
“La mia esperienza da CEO e marketer mi ha insegnato che un prodotto funziona solo se colma un vuoto reale. Ma la promozione può al massimo accompagnare il lettore fino alla porta: è la storia che deve farlo entrare e restare. Il forbidden romance funziona perché tocca corde che una vita quotidiana troppo pulita, performante e controllata tende a silenziare. Ho usato le mie competenze professionali per curare il posizionamento e interpretare il feedback dei lettori fondamentale per crescere ma il vero cuore del successo di Ti Sento Dentro è la “scossa” emotiva. Le persone non cercano solo un libro: cercano un’esperienza che le faccia tremare. Il marketing mi ha aiutato a dire “guardate qui”, ma è stata Aurora con le sue ombre e il suo coraggio di sbagliare a creare un legame profondo e duraturo con chi legge”.
Se ti dovessi definire in poche parole a chi ti incontra per la prima volta, cosa diresti?
“Sono una persona che non riesce a stare dentro una definizione sola. Ho una testa razionale, tecnica, abituata a ragionare per sistemi, errori, soluzioni. Ma sotto quella struttura c’è sempre stata una sensibilità che non ho mai voluto spegnere, nemmeno quando farlo mi avrebbe protetto. Agisco d’istinto davanti all’ingiustizia: non aspetto autorizzazioni, non cerco legittimazioni. Intervengo. E questo, nel tempo, mi ha fatto pagare un prezzo. La ferita che porto non si è mai chiusa del tutto. Non tanto per ciò che è accaduto, quanto per come è stato raccontato. Essere messo alla gogna, vedere il proprio nome sporcato e poi lasciato lì, senza una vera restituzione dell’onore, ti cambia. Ti insegna a respirare in silenzio, a nasconderti se serve, ma anche a capire quanto siano potenti le parole, i titoli, le narrazioni. Da lì ho costruito una corazza, non per indurirmi, ma per continuare a stare in piedi. Di giorno sono controllo e logica: mi occupo di sicurezza, di dati, di circuiti, di sistemi che devono funzionare. Mi piace riparare ciò che è rotto, rendere stabile ciò che è fragile. Ma dentro di me c’è anche altro. La scrittura è il luogo dove lascio spazio all’imperfezione, al desiderio, all’errore umano. Non scrivo per evadere, scrivo per capire. Per trovare i bug dell’anima come faccio con quelli informatici. Non sono una persona neutrale. Non lo sono mai stata. Quando vedo qualcuno messo all’angolo, ignorato, schiacciato da un sistema che dovrebbe proteggerlo, mi riconosco. Forse è per questo che non accetto facilmente i “no”, i rimpalli di responsabilità, le risposte fredde. Se posso usare la mia voce, la mia rete, la mia esperienza per smuovere qualcosa, lo faccio. Anche quando è scomodo. Anche quando espone. Non mi interessa l’attivismo di facciata. Credo nel corpo a corpo con la realtà, nelle telefonate fatte, nelle porte bussate, nelle prese di posizione pubbliche. Ho empatia, soprattutto verso l’universo femminile e verso chi non viene ascoltato, e non me ne difendo. So cosa significa diventare invisibili, e non voglio che accada ad altri. In fondo vivo in equilibrio costante tra due mondi: quello della razionalità e quello della fragilità, quello del controllo e quello del sentimento. Non mi considero un eroe, né un martire. Sono qualcuno che ha trasformato una rabbia profonda in una direzione. E, nonostante tutto quello che è successo, continuo a scegliere di aiutare davvero. Anche quando costa”.