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Dalla Gallura alle luci di Parigi: Dafne Sechi e il design che sussurra in sardo

La giovane designer incanta la Paris Packaging Week 2026 con il suo progetto "MEA" che trasforma il sughero in icona di innovazione sostenibile

da Redazione

Olbia. C’è un filo invisibile ma resistentissimo che collega le foreste silenziose di Viddalba e il granito di Olbia con il cuore pulsante del design mondiale a Parigi. A tesserlo, con la determinazione di chi sa che “casa” è un punto di partenza e non un limite, è Dafne Sechi, 24 anni, una laurea fresca in Packaging Design alla NABA e un talento che ha appena trovato la sua consacrazione internazionale. Il 6 febbraio 2026, sul palco della Paris Packaging Week (PWW 2026), Dafne non ha solo presentato un progetto di tesi; ha portato sotto i riflettori un pezzo di Sardegna, dimostrando che l’emancipazione femminile e giovanile passa oggi per una sintesi perfetta tra competenza tecnica e radici culturali.

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Il coraggio di “uscire” i guardare oltre: da Viddalba a Milano e poi ecco Parigi

Nata a Sassari e cresciuta a Viddalba, Dafne incarna quella generazione di giovani sardi che non temono il mare aperto. Dopo un diploma linguistico e un anno sabbatico fondamentale per “ascoltarsi”, la scelta di lasciare l’Isola nel 2021 non è stata una fuga, ma una missione.“Sentivo il bisogno di uscire dalla mia comfort zone, di affrontare i miei limiti”, racconta Dafne. A Milano, presso la NABA, la sua passione per la comunicazione è diventata tridimensionale, specializzandosi in quella disciplina che sta rivoluzionando i consumi: il Packaging Design. Per lei, il packaging non è solo un involucro, ma un oggetto tangibile capace di migliorare la vita delle persone attraverso un “bene profondo e consapevole”.

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MEA: quando la tradizione del sughero diventa futuro

L’apice di questo percorso si chiama MEA. Notato dal prestigioso NVC Netherlands Packaging Center, il progetto è stato l’invitato d’onore a Parigi. Davanti a un pubblico internazionale, parlando rigorosamente in inglese ma con il cuore rivolto alla sua terra, Dafne ha presentato una visione rivoluzionaria: il sughero sardo come materiale d’elezione per un packaging durevole.

MEA non è solo estetica; è un dialogo tra passato e futuro. Dafne ha preso una materia antica, simbolo della resistenza e della natura isolana, e l’ha reinterpretata come motore di cambiamento. “L’innovazione non significa dimenticare da dove veniamo”, spiega la designer, “ma partire dalle radici per trasformarle in evoluzione”.

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Un traguardo che parla anche di emancipazione

Vedere una giovane donna di 24 anni, partita da un piccolo centro del Nord Sardegna, esporre in uno dei contesti più d’avanguardia d’Europa, è un segnale potente. È il racconto di un’Italia che all’estero non è solo memoria, ma innovazione pura. Dafne Sechi ha acceso la serata parigina con la creatività sarda, portando con sé la concretezza del design e la poesia di una terra che sa rinnovarsi senza rinnegarsi. Il successo di MEA a Parigi è solo l’inizio. Olbia e la Sardegna oggi guardano a Dafne con orgoglio: il suo packaging “etico” è la prova che, quando la competenza incontra l’identità, non esistono confini che non possano essere superati.

Dalla protezione dell’isola alle luci spietate di Parigi, passando per la frenesia milanese: la tua traiettoria sembra il racconto di una sfida continua alla gravità della tua comfort zone. Guardandoti indietro, quanto del coraggio che hai usato per ‘strappare’ le tue radici si ritrova oggi nella trama della tua estetica e nel carattere con cui affronti il mondo?

“Sono stati fondamentali. Mi è capitato e mi capita inizialmente di non sentirmi all’altezza di un determinato compito, ma subito dopo, prevale un qualcosa di più forte. Un qualcosa che mi spinge ad andare avanti e a provarci, apprendere il più possibile da questi momenti, ti fa crescere. È come una palestra, più sfidi te stesso, più affini consapevolezza, di te e delle tue potenzialità”

Il tuo progetto “MEA” mette al centro il sughero, un materiale antico e viscerale della nostra terra, trasformandolo in un packaging d’avanguardia. In un mondo del design spesso dominato da materiali sintetici e freddi, quanto è stato stimolante (e forse anche difficile) imporre la “concretezza” e la sostenibilità di una materia così legata alle tue radici in un contesto cosmopolita come la Paris Packaging Week?

“È stato complicato in generale, perché il progetto vira un po’ controcorrente rispetto a quello a cui siamo abituati a vedere oggi; packaging sempre più complessi, tanti materiali, soprattutto nella cosmesi, dove l’estetica è spesso la risposta principale. E se il packaging divenisse un veicolo di etica, non solo di estetica? Uno strumento capace di entrare nella quotidianità, riutilizzare, rivalorizzare il “lungo termine”?
In un contesto come quello della Paris Packaging Week, vedo che questo concetto sta prendendo forma, soprattutto la Gen z è sempre più disposta a impegnarsi per fare delle scelte più etiche e responsabili per la nostra terra, nel quale siamo ospiti, non padroni”

Spesso si pensa che per i giovani sardi l’unica via per il successo sia dimenticare le proprie origini per omologarsi ai canoni internazionali. Tu invece hai fatto l’esatto opposto: hai usato la Sardegna come motore di innovazione. Credi che la consapevolezza delle proprie radici possa essere davvero la “marcia in più” per le giovani donne che oggi studiano per emergere in mercati globali e competitivi?

“!Sì, penso che le nostre radici ci contraddistinguano, perché è quello che siamo, da dove proveniamo, ed è questo che ci rende unici, ci rende forti. Avere consapevolezza di chi si è, ci fa varcare qualsiasi limite, lo si deve volere e si deve perseguire l’obiettivo”.

Hai dichiarato che nel packaging hai trovato un modo per “fare del bene” in senso profondo e consapevole. Dopo il successo parigino e il riconoscimento da parte dell’NVC, qual è la prossima sfida che ti attende? Senti che il tuo percorso possa essere d’ispirazione per altri giovani che, da piccoli centri come Viddalba, sognano di fare la differenza nel mondo senza rinnegare la propria identità?

“Credo che non bisogni fermarsi ai “limiti”, che può dare un posto o una situazione, bisogna crederci, anche se può sembrare surreale ed irrealizzabile. Bisogna studiare e crescere culturalmente, affinare il nostro pensiero critico e anche la nostra fantasia. Trasformare quello che percepiamo come limite, in forza, in una motivazione in più per provarci”.

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