Home » blog » Jesus Crust, il villain con l’anima: Olbia ha il suo nuovo profeta del rap

Jesus Crust, il villain con l’anima: Olbia ha il suo nuovo profeta del rap

Dario Zuddas, in arte Jesus Crust, è l'artista che la scena italiana non sa ancora di aspettarsi. Ma lo scoprirà presto.

da Redazione

Olbia. Ci sono artisti che nascono per stare dentro una casella. E poi ci sono quelli che la casella la smontano pezzo per pezzo, la usano come legna da ardere e ci accendono un fuoco. Dario Zuddas, classe 1993, olbiese di nascita e nomade per vocazione artistica, appartiene chiaramente alla seconda categoria. Sul palco si chiama Jesus Crust, e già da questo si capisce tutto — o forse non si capisce ancora niente, che è esattamente quello che vuole.

Una traiettoria tutto fuorché lineare

La sua storia inizia a 15 anni, quando la scena punk-rock e metalcore locale lo assorbe e lo plasma. Da lì in poi è un continuo cambio di pelle: prima Suicidio, poi U.b.i.k., infine l’incarnazione attuale. Tre nomi, tre stagioni di un percorso artistico che non ha mai smesso di evolversi, senza però perdere il filo. Perché Jesus Crust non è una rottura col passato: è la sua sintesi più matura e consapevole. Nel frattempo, i palchi se li è guadagnati sul campo. Il Vibes Festival di Olbia, le aperture per Salmo, Nitro e Noyz Narcos: nomi che nel rap italiano non hanno bisogno di presentazioni. E lui era lì, con una penna affilata e una presenza scenica che mescola rap tradizionale, contaminazioni di genere e una teatralità istintiva che pochi sanno costruire davvero.

La Vate Mode: quando l’arte nasce dall’imperfezione

C’è una cifra stilistica che definisce tutto ciò che Jesus Crust tocca. Si chiama Vate Mode, ed è nata, come spesso accade alle cose autentiche, per caso:

“È partita dalla battuta di un amico”, racconta con la schiettezza di chi non ha tempo per le narrazioni costruite a tavolino. “Ma alla fine descrive perfettamente quello che faccio: abbandonare ogni convenzione per esplorare i lati più viscerali dell’essere umano.” La neurodivergenza non è qualcosa che nasconde. È, al contrario, il motore creativo che alimenta ogni strofa, ogni scelta estetica, ogni provocazione calcolata. “Quello a cui punto è distinguermi, dare alla mia neurodivergenza un volto e trasformare il tutto in una forma d’arte.” Detto così, con quella franchezza disarmante che ha fin dal primo secondo dell’incontro.

Jesus Crust: anatomia di un nome

Parliamo del nome, che non è mai solo un nome. Perché proprio Jesus Crust, e cosa ci sta dentro?

“Nasce come aka nelle battle di freestyle, come alter ego di U.b.i.k. ‘Jesus’ arriva da un freestyle in cui dissi: ‘U.b.i.k. ha il carisma di Cristo’. Spogliando Gesù dei connotati religiosi, era fondamentalmente un uomo che combatteva il potere usando solo la parola — un po’ come cerco di fare io attraverso la musica. ‘Crust’ invece significa crosta: qualcosa di duro, a volte sporco, a volte un avanzo. Jesus Crust è l’incarnazione di una divinità dell’estremo, dello scomodo, del viscerale. Sul palco non cerco necessariamente approvazione, quanto una reazione imprescindibile. Sono ispirato a metà tra un cattivo Disney e un heel del wrestling. Quello che punto a ottenere è far dire alla gente: ‘Questo è un pezzo di merda, però ha ragione’.”

Blasfemia? No. Costruzione semantica precisa, semmai. Un personaggio che usa il disagio come materia prima e la provocazione come strumento di verità.

L’8 marzo e la maschera che cade

Eppure il villain sa anche togliersi la maschera. E quando lo fa, sorprende. Il suo ultimo singolo, “Quello che non ti ho mai chiesto”, uscito l’8 marzo, sta circolando negli ambienti giusti proprio per la sua capacità di andare in direzione opposta rispetto al cliché del rapper tutto ego e niente cuore.

In un genere spesso accusato di perpetuare stereotipi maschili, lui sceglie di raccontare la vulnerabilità. Come ci è arrivato?

“Il brano nasce dalla necessità di esternare quel desiderio di aprirsi con una donna, cosa che quasi mai sono riuscito a fare in modo efficace. C’è uno sforzo nel comprendere le motivazioni di una lei e, di conseguenza, una paura nel non risultare credibile. Nel brano vengono fatti dei nomi — Sara, Giulia — di ragazze che sono state vittime di femminicidio. Non sono nomi messi lì a caso. Questo brano vuole essere un mix tra una dichiarazione e una critica sociale, pensato anche per rassicurare una donna. Nel video tolgo la maschera e la consegno a lei, dicendo simbolicamente: ‘Questa è la mia corazza, te la do cosicché tu possa vedere la persona reale che c’è dietro’. Infrangendo di fatto la quarta parete.”

Un gesto simbolico potente, quello della maschera consegnata. In un panorama in cui il rap mainstream fatica ancora a fare i conti con il proprio immaginario tossico, una scelta del genere ha il sapore di una presa di posizione netta.

I tatuaggi: estetica affettiva, non manifesto

La firma visiva di Jesus Crust passa anche attraverso la pelle. I tatuaggi sono ovunque, ma non nascono da concept studiati a tavolino. I gatti Lilith e Gaara, il numero 33 1/3 — figlio di un delirante promo wrestling — il Fiend Skull dei Misfits sulla spalla destra.

Storie personali, non dichiarazioni programmatiche sembrerebbe essere così o mi sto sbagliando?

 “La maggior parte sono nati come: ‘Ti piace questo flash? Sì, vai, pasticcia!’ Tatuarsi mentre chiudi un pezzo sarebbe come tatuarsi il microfono perché ti piace cantare. Un totale spreco.”

Netto. Come sempre, oserei dire.

Il salto: ci sono tutti i presupposti

Il video di “Level Up”, firmato da Mirko Decandia, ha fatto vedere cosa succede quando la visione artistica incontra una produzione all’altezza. I tasselli ci sono. Manca ancora la giusta esposizione, e lui lo sa benissimo.

“Probabilmente non ci farò mai i milioni con questa roba, ma con questo ho fatto pace tempo fa. Quello a cui punto è ritagliarmi uno spazio medio-grande nella scena. Voglio diventare un total package, un emcee a 360° ma non solo: un vero showman. Per esserlo servono cinque cose: saper scrivere, essere un buon esecutore, il look, la presenza scenica e la capacità d’interpretazione. Ce le ho tutte. Servono anche budget, un team creativo efficace e, soprattutto, la giusta esposizione.”

Cinque caratteristiche elencate con la lucidità di chi si conosce davvero, senza arroganza ma senza falsa modestia. Un artista che sa dove vuole andare e perché.

La messa è appena cominciata

Chiudiamo come si chiude ogni sua esibizione, con quella firma che è già un marchio di fabbrica:

“La messa è finita, andate a farvi fottere. È Vate Mode BayBay!”La sce na italiana farebbe bene a tenere le antenne alzate. Da Olbia sta arrivando qualcosa di scomodo, autentico e difficile da ignorare. E come tutti i profeti che si rispettino, Jesus Crust non chiede il permesso per esistere.

Potrebbe piacerti anche

Lascia un Commento