Olbia. C’è un momento, nella vita di certi atleti, in cui il confine tra sport e vita smette di esistere. Fabrizio Pinna, 27 anni, olbiese, vive in quel confine da sempre. Non come limite, ma come territorio di conquista quotidiana. Fabrizio convive dall’infanzia con una malattia rara che comporta limitazioni motorie significative. Eppure, chi lo conosce sa che questa non è la parte più importante della sua storia. La parte più importante ha quattro zampe, si chiama Rhea, e insieme a lui affronta percorsi ad ostacoli con una sincronia che si costruisce solo attraverso anni di fiducia reciproca, dedizione e lavoro condiviso. Si chiama Paragility Dog: una disciplina sportiva ancora poco conosciuta al grande pubblico italiano, ma che sul piano competitivo internazionale esprime un’intensità agonistica di assoluto rispetto.

Il legame che cura, il legame che vince
Prima di parlare di medaglie e mondiali, vale la pena soffermarsi su qualcosa che i numeri non riescono a misurare: il valore terapeutico e umano del rapporto tra una persona con disabilità e il proprio animale di affezione.
Non è retorica. È scienza, è pratica clinica, è esperienza vissuta da migliaia di famiglie in tutto il mondo. Quando un bambino — o un adulto — che convive con una patologia invalidante trova nell’animale un interlocutore autentico, privo di giudizio e capace di rispondere con straordinaria sensibilità ai segnali emotivi e fisici, accade qualcosa di profondo e trasformativo. Si abbassano le barriere. Si apre la comunicazione. Si ricostruisce la fiducia nel proprio corpo e nelle proprie capacità. I bambini in particolare, spesso impossibilitati a esprimere il proprio disagio attraverso i canali tradizionali, trovano nell’animale di affezione uno spazio sicuro, neutro, incondizionato: un alleato silenzioso che non conosce pietà né pregiudizio, ma solo presenza.
Nel Paragility Dog questo legame si trasforma anche in strumento di performance atletica di alto livello: l’animale non è un supporto passivo, ma un partner attivo e co-protagonista di ogni gara, ogni allenamento, ogni progresso. Fabrizio lo sa meglio di chiunque altro. E lo ha dimostrato arrivando fino alla Nazionale Italiana, portando con sé non solo risultati sportivi, ma una narrazione diversa della disabilità: non come assenza di possibilità, ma come terreno fertile per costruirne di nuove.

Fabrizio Pinna ai Mondiali 2025
Fabrizio Pinna e la sua strada verso il mondo
Ora l’obiettivo è preciso e dichiarato: i Mondiali di Paragility 2026 nel Regno Unito, con Rhea fedelmente al fianco. Un traguardo concreto, tecnicamente alla portata di un atleta che ha già dimostrato di poter competere ai massimi livelli internazionali. L’unico ostacolo rimasto è di natura economica: una carrozzina tecnica specifica per la competizione, strumento indispensabile non soltanto per ottimizzare la performance, ma per garantire sicurezza e piena espressione atletica durante la gara.
È un dettaglio che racconta qualcosa di più grande. Il sistema sportivo e istituzionale italiano fatica ancora a farsi carico in modo organico delle esigenze tecniche degli atleti paralimpici, soprattutto quando si tratta di attrezzature altamente specializzate. Un vuoto strutturale che non riguarda solo Fabrizio, ma un’intera generazione di sportivi che meritano le stesse condizioni di partenza dei propri colleghi normodotati. Una riflessione che, nell’anno delle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026, acquista un peso specifico ancora maggiore.
Una comunità che non si volta dall’altra parte
Nell’attesa che le istituzioni colmino quel vuoto, è la comunità ad essersi fatta avanti con slancio e concretezza. A costruire nel tempo la rete di supporto attorno a Fabrizio è stata sua madre, Francesca Cavassa, figura di riferimento riconosciuta nel mondo della paragility italiana, capace di trasformare la sensibilizzazione in azione collettiva. È da questa energia che ha preso forma la raccolta fondi attiva su GoFundMe, organizzata da Roberta Manca: un’iniziativa che in poco tempo ha valicato i confini della comunità cinofila, diventando un caso di solidarietà territoriale che ha coinvolto la Sardegna e non solo.
La grande popolarità di cui gode Fabrizio ha fatto il resto: il web si è attivato, la storia ha circolato, e il messaggio che accompagna la raccolta fondi da settimane risuona con una chiarezza difficile da ignorare: un campione non si lascia fermo ai box per una questione di budget.

Fabrizio Pinna Rhea, e Kira
Perché la storia di Fabrizio riguarda tutti noi
La vicenda di Fabrizio Pinna non è solo una storia sportiva. È una storia su come una società sceglie di trattare i propri talenti quando sono anche persone che convivono con la fragilità. È una storia su cosa significa per un bambino — e per qualsiasi persona in difficoltà — avere accanto un animale che non chiede spiegazioni, non impone aspettative, non conosce pregiudizi. È una storia sul potere straordinario della comunità quando decide, collettivamente, di non voltarsi dall’altra parte.Rhea non ha mai lasciato solo Fabrizio. Adesso tocca a noi.
La raccolta fondi per Fabrizio Pinna è attiva su GoFundMe e su www.profabrizio.it
Ogni contributo, grande o piccolo, è un passo concreto verso il Regno Unito. Insieme a Rhea.