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Olbia: come Rupez conquista la Little Street di Olbia

Nella galleria d’arte più piccola d’Italia, il tratto istintivo dell’artista nuorese incontra la visione di Daniela Cittadini: un ponte culturale nel segno della ricerca e della verità espressiva

da Redazione
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Olbia. Nell’incanto millimetrico della galleria più piccola d’Italia, Francesco Rupez Mariani ha dato il suo personale benvenuto al 2026 con il suo manifesto visivo. Un evento reso possibile dalla visione di Daniela Cittadini, talent scout capace di tessere fili invisibili tra il cuore della Sardegna e le platee della Capitale.

C’è un’urgenza quasi fisica nel tratto di Francesco Rupez Mariani, un’energia che sembra vibrare tra le pareti di Little Street 15b ad Olbia. Fino a domani, la galleria d’arte più piccola d’Italia si trasforma in un tempio dell’impatto visivo, ospitando il caos calmo di un artista che ha fatto della sincerità la sua cifra stilistica definitiva. Il merito di questa epifania culturale va ascritto alla ricerca spasmodica e lungimirante di Daniela Cittadini. Da tempo, la curatrice precorre i tempi e attraversa l’Isola alla ricerca di talenti di spessore, agendo come un vero e proprio ponte culturale: Cittadini non si limita a esporre, ma “esporta” l’anima creativa sarda verso la Capitale, offrendo ad artisti come Rupez l’opportunità di confrontarsi con la platea di Roma e con mercati ben più ampi. È la missione di chi crede che l’oro della Sardegna non risieda solo nelle sue coste, ma nel genio inafferrabile dei suoi figli.
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Un’irrazionalità poetica tra rap e pennello

Il lavoro di Rupez è una “slavina di pensieri”, come lui stesso ama definirla. Ex rapper, l’artista nuorese porta sulla tela lo stesso ritmo sincopato e la stessa densità di immagini che un tempo affidava al microfono. Nelle sue opere, quella che il critico Luca Gatta definisce “irrazionalità poetica” diventa materia tangibile: un segno che sembra nascere prima del pensiero, ma che nasconde una consapevolezza millimetrica.
Nonostante le radici profonde a Nuoro, Rupez rifiuta l’etichetta del “localismo”. Il suo sguardo è oltre l’orizzonte, filtrato da un immaginario pop e metropolitano che non cerca somiglianze, ma verità universali.
Daniela Cittadini dal canto suo così commenta l’evento di Rupez: “In linea con l’analisi di Luca Gatta, la sfida di questa curatela è stata quella di rendere tangibile un linguaggio poetico basato sull’oggetto. Francesco Mariani abita il suo linguaggio pop con con consapevolezza di intenti e trasforma lo “sketchbook” da diario privato a manifesto pubblico di un’arte che è allo stesso tempo sintesi grafica e approccio ad una meta metafisica delle cose ritrovate colte nella loro semplicità.
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foto: @DanielaCittadini

Nel testo critico Luca Gatta parla di una “irrazionalità poetica” resa finalmente tangibile. Guardando le tue opere sembra che il segno nasca prima del pensiero, eppure nulla appare casuale. In che modo convivono, nel tuo processo creativo, istinto e consapevolezza?
“Sono sempre stato abbastanza istintivo in tutto nella vita. Quando qualcosa mi colpisce è come un “click” per l’avvio del processo creativo. Nel tempo, ho imparato ad assecondare questa sensazione, ed è una slavina di pensieri che formano un personale domino di immagini. Ho imparato “ad ascoltarmi”, e nulla di quello presente in ogni opera è casuale. A volte il pensiero si rivela dopo anche al sottoscritto, ma inconsciamente, sotto sotto, durante la creazione, si affaccia qualcosa. La consapevolezza è anche la sincerità che metto in ogni tela, nel bene e nel male. So quello che faccio, e perché. L’ unica incognita è la risposta di chi guarda. Per fortuna”.
Il tuo sketchbook, da cui nasce gran parte del tuo universo visivo, viene definito “da diario privato a manifesto pubblico”. Quando hai capito che quel linguaggio intimo poteva diventare una forma di esposizione, e quindi di presa di posizione artistica?
“Non mi sono mai posto questa domanda, sai… io sono biografia di me stesso in ogni opera. Dico sempre che dal primo disegno da bambino fino all’ultimo quadro si può leggere la mia vita. […] Ho capito che l’interazione tra le mie cose e la gente era “una bella sensazione” quando chi veniva nella mia stanza ai tempi dell’università guardava le mie cose, le interpretava e gliele regalavo. Parlava a loro, forse più che a me. […] Parlo sempre a una sola persona nella mia testa quando dipingo una tela, ma è davvero come una canzone: ad alcuni dice qualcosa, ad altri altre cose, ad altri nulla”.
Essere artista a Nuoro oggi significa dialogare con una terra carica di simboli, stratificazioni e silenzi. Quanto della tua identità sarda entra nel tuo lavoro, e in che modo viene filtrata dal tuo immaginario pop e metropolitano?
“Credo che il mio essere sardo non traspaia dalle mie opere. Non è mai stato né un punto di partenza né di arrivo. L’imprinting più “pesante” della mia terra è stato quello di cercare di non assomigliare a nessuno. O di fare qualcosa che non sia riconducibile a nulla. Son sincero, non pesco da nessuna corrente locale, né sono mai stato influenzato dalla storia, attitudine etc… ho guardato sempre oltre il concetto stesso di collocazione geografica. Sono io e i miei mille interessi trasposti su tela, se poi tra questi non c’è nulla di “locale”… pazienza”.
Il nome d’arte Rupez suona come una rottura, una frattura, ma anche come qualcosa di arcaico. Che significato ha per te questo pseudonimo e in che modo rappresenta il momento in cui Francesco Mariani è diventato, definitivamente, un artista?
“Rupez è un aka che nasce da un passato da rapper. Forse quando mi sono dato quel nome è stato il momento in cui mi sono “esposto come artista”, anche se il termine artista è gigante. Una frase che mi ha sempre affascinato è “dipingi come quando rappavi”. Chi ha sentito le mie cose ci si ritrova molto. Immagini, finestre che aprono altre finestre. Tutto ha voce, anche la busta della spesa sparpagliata sul tavolo. Più che punto di rottura è un “riallacciarsi al mondo” per mille motivi”.

La sfida dell’arte pura

Mentre l’esposizione alla Little Street 15b volge al termine, resta la sensazione che il lavoro di Francesco Rupez Mariani, sotto l’ala protettrice e lungimirante di Daniela Cittadini, sia solo all’inizio di una nuova, folgorante traiettoria. In un mondo che chiede etichette geografiche, Rupez risponde con l’universalità del segno. Un appuntamento imperdibile per chi vuole scoprire l’oro di Sardegna prima che brilli definitivamente nelle gallerie romane.

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